Roma, quella sera di settembre, era un palcoscenico carico di simboli. Le prime Olimpiadi trasmesse in mondovisione, un percorso notturno che attraversava secoli di storia, un mondo diviso in blocchi ideologici e un’Africa che stava lentamente scrollandosi di dosso il peso del colonialismo. Dentro questo contesto entra Abebe Bikila, pettorale numero undici, pressoché sconosciuto al grande pubblico.
Bikila non è il favorito. I pronostici guardano altrove, verso atleti europei e sovietici più affermati. Lui arriva da Addis Abeba, ha ventotto anni, è una guardia della sicurezza imperiale di Hailé Selassié e ha iniziato a correre tardi. Ma dietro quell’apparente anonimato c’è un atleta costruito con metodo. Allenamenti in quota, carichi di lavoro calibrati, una biomeccanica di corsa essenziale ed efficiente. Altro che improvvisazione.
La scelta di correre scalzo, uno degli elementi più mitizzati della sua impresa, nasce da una valutazione tecnica, non folkloristica. Le scarpe fornite dallo sponsor non sono adatte, stringono, alterano l’appoggio. Meglio affidarsi a piedi abituati da sempre a correre su terreni duri. Solo in un secondo momento quella decisione diventerà simbolo, racconto epico, immagine destinata a diventare iconica nella storia della competizione.
La maratona parte al tramonto dal Campidoglio. Bikila resta inizialmente coperto, corre senza strappi, risale posizioni con una naturalezza disarmante. La sua falcata è economica, fluida, priva di rigidità. Si incolla al marocchino Rhadi Ben Abdesselam e lo osserva, chilometro dopo chilometro, aspettando il momento giusto.
Quel momento arriva nei pressi di Porta San Sebastiano. Bikila cambia ritmo senza teatralità, come se fosse la cosa più normale del mondo. L’avversario cede. L’etiope vola verso il traguardo sotto l’Arco di Costantino, solo, composto, lucido. Taglia la linea, stabilisce un nuovo primato olimpico e, secondo diverse ricostruzioni, anche mondiale. Ma il dato cronometrico, da solo, non spiega la portata di ciò che è appena accaduto.
Bikila non si accascia a terra, non cerca ossigeno, non ha bisogno di coperte. Esegue esercizi di rilassamento, come al termine di un allenamento controllato. È il primo atleta africano nero a vincere una medaglia d’oro olimpica. Un fatto che, nel 1960, assume un valore che va ben oltre l’atletica leggera.
Quella vittoria diventa immediatamente un simbolo. Un’Africa che non chiede più legittimazioni, che entra nella storia con i propri mezzi, senza mediazioni. Quando gli chiedono perché abbia corso scalzo, Bikila risponde di aver voluto dimostrare che il suo Paese vince con determinazione ed eroismo. Nessuna retorica, solo consapevolezza.
Dal punto di vista sportivo, l’eredità di Bikila è enorme. Anticipa concetti che oggi sono alla base della preparazione moderna. L’importanza dell’altura, l’efficienza del gesto atletico, la centralità della preparazione scientifica. Smonta, con i fatti, l’idea di un atleta “istintivo” e consegna all’atletica un modello di eccellenza costruita.
La sua storia personale, però, non è una favola senza ombre. Dopo il bis olimpico a Tokyo nel 1964, un incidente d’auto lo rende paraplegico. Anche allora non si arrende. Si dedica allo sport paralimpico, compete, lotta, resiste. Muore giovane, a quarantuno anni, ma lascia un segno che il tempo non ha cancellato.
Ancora oggi, ogni volta che lo sport diventa strumento di riscatto, ogni volta che un atleta rompe uno schema senza bisogno di proclami, Abebe Bikila torna a correre. Forse è questo il motivo per cui quella maratona non smette di parlarci. Non racconta solo una vittoria. Racconta cosa può diventare lo sport quando incontra la storia.















