In Afghanistan la crisi umanitaria torna a colpire soprattutto i più piccoli. Quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di deperimento (wasting), una forma grave di malnutrizione acuta che, se non trattata, può diventare letale. A lanciare l’allarme è Save the Children, secondo cui il peggioramento della situazione è accompagnato da una drastica riduzione degli aiuti internazionali.
Nel secondo trimestre del 2026 la malnutrizione acuta infantile è aumentata in circa due terzi delle province afghane rispetto allo stesso periodo del 2025. A favorire la crescita dei casi sono soprattutto le malattie infettive, in un periodo dell’anno in cui la malnutrizione raggiunge tradizionalmente il suo picco. Negli ultimi quattro anni la malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è cresciuta del 14%, arrivando a coinvolgere circa 3,7 milioni di bambini nel 2026. Nello stesso periodo, però, i finanziamenti e gli aiuti internazionali destinati all’Afghanistan sono diminuiti di quasi il 70%, passando dai 3,27 miliardi di dollari del 2022 a circa un miliardo nel 2025.
Nel 2026 sono stati finora raccolti appena 438 milioni di dollari, con un deficit di finanziamento del 74%.
I tagli hanno già avuto conseguenze concrete: quasi 600 strutture sanitarie sono state chiuse o hanno sospeso le attività, lasciando circa quattro milioni di persone senza assistenza, metà delle quali bambini. Save the Children è riuscita a mantenere operative 14 cliniche grazie a finanziamenti temporanei, ma anche il futuro di queste strutture resta incerto. In una remota area montuosa del nord del Paese, una delle cliniche dell’organizzazione rappresenta l’unico presidio sanitario per circa 10mila persone. Ogni giorno vengono assistiti oltre 100 pazienti, molti dei quali affrontano a piedi viaggi di due o tre ore per raggiungere medici, infermieri specializzati in nutrizione e ostetriche.
Per arrivare all’ospedale cittadino, invece, una famiglia può dover spendere circa 60 dollari, una cifra proibitiva per chi vive con pochissime risorse. Se la clinica dovesse chiudere, per molti pazienti il viaggio per ricevere cure arriverebbe a sette ore di cammino. È il caso di Sama, 35 anni, madre di sette figli. Quando il più piccolo, di nove mesi, ha iniziato a mostrare segni di debolezza, la donna lo ha portato alla clinica di Save the Children. Al bambino è stata diagnosticata la malnutrizione e sono state fornite le cure necessarie, mentre la madre ha ricevuto indicazioni per preparare pasti più nutrienti. Oggi il piccolo sta meglio.
Dall’inizio del 2025, circa 700mila persone, tra cui 140mila bambini sotto i cinque anni, hanno perso l’accesso ai servizi sanitari di base a causa della chiusura o del ridimensionamento di strutture e unità mobili sostenute da Save the Children. La pressione sul sistema umanitario è ulteriormente aumentata con la crescita della popolazione e il rientro di oltre sei milioni di persone dall’Iran e dal Pakistan, mentre siccità, conflitti, disastri naturali e sfollamenti interni continuano ad aggravare le condizioni di vita.
«La povertà influisce sulla nutrizione. La scarsità d’acqua favorisce le malattie. Le malattie interrompono l’istruzione», ha sottolineato Ashish Damle, direttore di Save the Children Afghanistan, descrivendo un circolo vizioso che coinvolge salute, istruzione, reddito e sicurezza alimentare.
L’organizzazione avverte che la risposta alla crisi non può limitarsi agli interventi d’emergenza. Secondo Save the Children, servono finanziamenti sufficienti e programmi di sviluppo di lungo periodo per evitare che la riduzione degli aiuti vanifichi i progressi compiuti. Nel 2025 Save the Children ha raggiunto in Afghanistan oltre due milioni di persone, quasi la metà bambini, curando con successo circa 5mila minori colpiti da malnutrizione acuta grave.
La situazione attuale, però, mette a rischio anche questi risultati. Per milioni di bambini afghani, la possibilità di ricevere cure può dipendere dalla sopravvivenza di una singola clinica. E, senza un intervento tempestivo della comunità internazionale, quella porta rischia di chiudersi proprio quando il bisogno è più grande.













