HomeLibri Storia Arte e CulturaAl Gallo e il noir della strada che racconta le ferite di Napoli

Al Gallo e il noir della strada che racconta le ferite di Napoli

Dalla periferia di Gianturco alla pagina scritta, Al Gallo racconta Napoli attraverso noir, lavoro, camorra, giustizia e possibilità di riscatto.

Ci sono scrittori che costruiscono i propri personaggi osservandoli da lontano e, poi, ci sono autori che quei personaggi, in qualche modo, li hanno incontrati davvero. Li hanno visti passare, ascoltati parlare, ne hanno conosciuto debolezze e contraddizioni.

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Alberto Gallo, in arte Al Gallo, appartiene decisamente alla seconda categoria. La sua narrativa nasce a Napoli e soprattutto dalla strada, da Gianturco, dalla periferia orientale della città, dalle fabbriche, dai quartieri popolari, dai lavoratori e dagli ultimi.

Aperitivo letterario nel chiostro
Aperitivo letterario nel chiostro

È questa una delle sensazioni più nette emerse durante una partecipata presentazione editoriale a Marano di Napoli, tenutasi presso la Biblioteca “P. Enzo Antonucci” presso il Convento Santa Maria degli Angeli, sotto la guida della relatrice, l’ottima, Antonella Musella.

Si parte dal noir, dalla camorra, dagli omicidi e dalla vendetta, ma quasi senza accorgersene ci si ritrova a parlare di lavoro, solitudine, giustizia, dignità e possibilità di riscatto. In definitiva, si parla di persone.

La formazione di Al Gallo come narratore ha qualcosa di decisamente poco convenzionale. Una parte importante nasce dietro il bancone del Bar Chicchirichi, l’attività di famiglia a Gianturco. Un bar può sembrare un luogo ordinario. In realtà, per chi sa osservare, diventa una sorta di teatro permanente. Entrano operai, impiegati, disoccupati, pensionati, piccoli imprenditori, persone rispettabili e altre dalle esistenze decisamente più complicate. Si beve un caffè, si parla, qualcuno racconta più del dovuto. E chi sta dall’altra parte ascolta.

Al Gallo ha trasformato quella posizione in un osservatorio umano dal quale assorbire linguaggi, atteggiamenti, paure e contraddizioni. I personaggi sono inventati naturalmente, ma sembrano avere addosso la polvere della realtà. Non incontriamo eroi immacolati né cattivi costruiti con il righello. Anche dietro chi compie azioni terribili può esserci una storia che permette di comprenderne il percorso, senza per questo assolverlo e la differenza non è di poco conto.

Uno dei momenti più intensi dell’incontro riguarda Miranda la protagonista del suo più recente noir “Trenta e ‘na pizza“ edito per i tipi di Bolis Edizioni. È una donna anziana, malata, il corpo segnato dai tremori. Non corrisponde certamente all’immagine che associamo a un killer. Eppure impugna una pistola e uccide due uomini legati alla criminalità organizzata. La scena destabilizza immediatamente il lettore, chi è la vittima? Chi è il carnefice? Ma soprattutto, come è arrivata quella donna fin lì?

Il figlio di Miranda è stato assassinato. Lei conosce l’ambiente dal quale provengono i responsabili e assiste all’impotenza della giustizia nel trasformare ciò che sembra noto nel quartiere in prove utilizzabili davanti a un giudice. La ricerca della giustizia diventa così vendetta.

Ed è proprio qui che il noir di Al Gallo smette di essere soltanto racconto criminale. La domanda non è più semplicemente chi abbia sparato, ma cosa possa accadere a una persona quando perde fiducia nella capacità dello Stato di proteggerla. La risposta di Miranda è terribile. Decide di farsi giustizia da sola.

C’è un’altra immagine, raccontata durante la presentazione, difficile da dimenticare. Uno scuolabus giallo percorre di notte le strade della periferia. Non trasporta bambini, ma anziani e persone in difficoltà economica verso ex capannoni industriali nei quali vengono confezionate dosi di droga. Il compenso è trenta euro e una pizza! Basterebbe questa scena per spiegare molto.

Nel mondo narrato da Gallo la criminalità organizzata non consolida il proprio potere soltanto attraverso violenza e intimidazione. Si insinua nei vuoti sociali e sfrutta bisogni elementari come il denaro, il lavoro e persino la compagnia. Il clan finisce così per occupare spazi che dovrebbero appartenere alla società civile e alle istituzioni. Procura piccoli lavori, stabilisce regole, distribuisce favori e impone una propria idea di ordine. E quando una pensione non basta e la solitudine diventa parte della quotidianità, persino trenta euro e una pizza possono assumere un significato diverso.

Ed è a quel punto che il racconto diventa scomodo, perché condannare il criminale è necessario, ma osservare il terreno nel quale il crimine riesce a mettere radici è molto più complesso. La narrazione si muove anche nel 1980, anno particolarmente significativo nella storia sociale italiana, segnato tra l’altro dalla vertenza Fiat e dalla Marcia dei quarantamila. Dentro questo clima si muovono i fratelli Mario e Cesare Mato, due modi differenti di confrontarsi con il lavoro e con la società. Attraverso di loro entrano nel racconto la fabbrica, le gerarchie, il clientelismo, l’alienazione e il tema della sicurezza.

Il discorso si intreccia inevitabilmente con gli anni del terrorismo. Non per cercare giustificazioni alla violenza politica, ma per osservare il terreno sociale sul quale l’eversione tentò di innestare la propria propaganda, trasformando conflitti e rivendicazioni reali in una deriva armata. Ancora una volta ritorna un principio fondamentale della narrativa di Gallo. Prima del gesto estremo c’è una storia. Raccontarla significa comprenderne le dinamiche ma non legittimarne l’esito.

Nel mezzo di tanta oscurità arriva anche Pino Daniele. Mario, nel capannone utilizzato per confezionare droga, prende il manico di una scopa, lo trasforma in un microfono e comincia a cantare. È una scena quasi surreale, ma funziona perché racconta una caratteristica profondamente napoletana. La capacità di utilizzare ironia e musica non per negare il dolore, ma per evitare di farsene schiacciare. Pino Daniele diventa così qualcosa di più di una colonna sonora. È una voce alternativa, una ribellione che non necessita di una pistola.

Un sorridente Al Gallo presenta la sua ultima fatica letteraria Trenta e 'na pizza
Un sorridente Al Gallo presenta la sua ultima fatica letteraria “Trenta e ‘na pizza”

Anche tecnicamente la prosa di Al Gallo rispecchia questo universo. Sequenze rapide, dialoghi, immagini immediate e poche spiegazioni superflue tradiscono la contaminazione con la sceneggiatura. Più che descrivere tutto, Gallo preferisce mostrare e lasciare al lettore il compito di riempire gli spazi vuoti.

Riteniamo che sia una scelta tutt’altro che secondaria. Se in un romanzo ogni comportamento viene interpretato e ogni dubbio risolto si rischia di togliere al lettore proprio la parte più interessante della lettura. Le storie che restano, in fondo, sono quelle che continuano a porci domande anche dopo l’ultima pagina.

Durante l’incontro emerge inevitabilmente anche il tema della rappresentazione della camorra. Raccontare un boss può renderlo affascinante? Può succedere e negarlo sarebbe ingenuo. Il problema, allora, non è soltanto cosa si racconta, ma come lo si racconta.

Mostrare esclusivamente il potere del criminale significa rischiare di costruirne un’icona. Raccontarne anche la paura, la solitudine, le conseguenze e il prezzo pagato dalle vittime cambia radicalmente la prospettiva.

Nei romanzi di Al Gallo il crimine diventa così uno strumento per osservare qualcosa di più profondo. Vale per Miranda, per Nick di “Gente di camorra” e per Ignazio Sette, detto Re Leone, protagonista dell’annunciato “Mai per vendetta”. Personaggi che non chiedono necessariamente di essere amati. Chiedono di essere compresi nella loro complessità.

La presentazione si chiude con una domanda difficile. La camorra finirà mai? La risposta richiama il pensiero di Giovanni Falcone sulla mafia come fenomeno umano e, proprio per questo, destinato ad avere non soltanto un’origine, ma anche una fine.

Nessuna frase può naturalmente cancellare la complessità del problema. Le organizzazioni criminali cambiano, si trasformano e modificano strumenti e interessi. Ma la letteratura può continuare a ricordarci qualcosa. L’ambiente nel quale nasciamo conta moltissimo, ma non decide necessariamente tutto.

Ed è forse proprio questo il filo che tiene insieme le storie di Al Gallo. Non soltanto la camorra, le pistole o Napoli, ma le persone poste davanti a un confine. Qualcuno lo attraversa. Qualcuno torna indietro. Qualcun altro cerca disperatamente di riscattarsi e allora si comprende perché il noir, quando funziona davvero, non è semplicemente letteratura criminale. È uno specchio. A volte sporco, deformato e persino sgradevole. Ma se abbiamo il coraggio di guardarci dentro abbastanza a lungo, finisce inevitabilmente per raccontare qualcosa anche di noi.

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