Nessuno di noi è preparato alla giungla. La giungla ti ingurgita in un vortice di sudore.
Nel giro di pochi minuti, infatti, che il tuo corpo sia sotto sforzo fisico o meno, ti ritrovi sudato e ansimante. Vi lascio dunque immaginare come possa essere un trekking di ore e ore con addosso il peso di uno zaino contenente tutto il necessario per due giorni di permanenza nella giungla.
Le ore precedenti alla nostra partenza sono state piene di eccitazione ed entusiasmo.
Ma l’entusiasmo non è il solo ingrediente da portare con sé prima di partire per la giungla, questa infatti richiede anche tanta attenzione e prudenza. Devi rimanere vigile costantemente. Le zanzare non sono le uniche pronte a succhiarti via il sangue, ci sono anche le sanguisughe che possono infilarsi tra il calzino e il pantalone e poi i serpenti e i mille insetti, più o meno pericolosi, che puoi ritrovarti addosso in qualsiasi momento.
Nella giungla è vietato abbassare la guardia.
Al mattino mi sento in forze. Mi attrezzo di calzini alti e camicia traspirante a maniche lunghe. Ma la giungla decide di mettermi alla prova quando agli ostacoli base, si aggiunge un malessere intestinale che mi fa piegare in due, tra una salita e una discesa, colpevole il banana pancake della colazione preparato con farina di frumento alla quale sono intollerante.
Attenzione a dove metti le mani, ai tronchi che tocchi, alle foglie che calpesti.
Incredibile quanto il cervello umano ti aiuti in una situazione di difficoltà, distoglie il tuo cervello dal dolore, almeno in parte, e fa sì che tu possa concentrarti sui pericoli circostanti.
Attorno a noi un intero nuovo universo da ammirare. Noi, piccoli esseri di passaggio, in quel regno dominato dalla natura selvaggia.
Durante solo la prima ora di cammino abbiamo già avvistato tre tipologie di scimmie diverse. Ed in poche ore ne possiamo addirittura contare 5.
Esistono due tipologie di macachi, uno a coda corta e uno a coda lunga. I primi sono più grossi e riservati, i secondi sono più comuni e interagiscono con gli uomini, spesso in modo dispettoso. Poi ci sono i Thomas leaf, in italiano Entello, buffe scimmie di color grigio con una cresta punk in cima alla testa. A Sumatra abitano anche i gibboni, quello nero a mani bianche e quello Siamango di colore marrone. I gibboni sono i più difficili da avvistare, restano in alto e volano letteralmente da un ramo all’altro dondolandosi sulle proprie braccia. Forse proprio per questo sono i miei preferiti.
Ma ciò per cui è famosa davvero la giungla di Sumatra sono gli orangotanghi. La parola orangotango, ci spiega la nostra guida, viene dall’indonesiano. Horang infatti significa uomo, Hutang foresta, quindi queste scimmie sarebbero definiti dai locali veri e propri uomini che abitano la giungla. Proprio fuori dalla riserva naturale ne avvistiamo tre esemplari. Ma in quel momento i turisti sono tanti e lo sconforto ci assale: non vogliamo si trasformi in una caccia all’animale, non vogliamo che le povere bestie possano sentirsi oppresse o perseguitate, non vogliamo disturbarli nel loro habitat naturale. Siamo infatti consapevoli di essere noi ospiti sgraditi in quel luogo. Ma più ci inoltriamo nella giungla profonda più i vari gruppetti di turisti, ognuno con a capo una propria guida, prende direzioni diverse.
E poi accade ciò che tutti noi speravamo: l’incontro con il big male. Si tratta di un Orangotango dalle dimensioni eccezionali. Ci muoviamo con altri 7-8 turisti attorno a lui, studiando e analizzando con attenzione i suoi movimenti, pronti a scansarci e correre rapidamente se la situazione dovesse richiederlo. Ho il cuore che mi batte a mille. Cerco di tranquillizzarmi ma non riseco a non pensare alla storia che la guida ci aveva raccontato giusto pochi minuti prima. Fino a qualche anno fa si aggirava una femmina di orangotango molto pericolosa. Appena avvistava le guide era pronta ad attaccarle e spesso rubava zaini o frutta senza alcun timore. Dopo il Covid non si è più vista, probabilmente si è inoltrata nella giungla profonda o forse è morta.
Al tramonto ci incontriamo con altri due gruppetti in un camp, se così possiamo definirlo. Si tratta di tre capanne essenziali, costruite con bambù, legno e un telo di plastica che funge da copertura per proteggerci dalla pioggia. Il campo è situato lungo un piccolo fiume, che utilizziamo per lavarci e rinfrescarci. Neanche mezz’ora dopo il nostro arrivo, una pioggia torrenziale si abbatte su di noi. Siamo costretti a rifugiarci ognuno nella propria tenda, stesi su materassini di gomma, avvolti dal velo antizanzare. Il clima è assurdamente magico, mi sento come in un film d’azione, isolata dal mondo esterno, senza alcuna connessione internet. Ci godiamo il rumore della pioggia e quel fresco che inizia a farsi sentire. Più tardi veniamo invitati a raggiungere la prima tenda, quella delle guide e dello chef, per partecipare alla cena. Ci sediamo tutti per terra a lume di candela, attorno a noi almeno cinque pietanze diverse, tutte (per la mia gioia) naturalmente senza glutine e appena cucinate. Beviamo the e caffè preparati con acqua di fiume filtrata e bollita e giochiamo con le guide e gli altri turisti del nostro gruppetto. Si tratta di una coppia di olandesi e una famiglia belga composta da madre, padre e 3 figli, l’ultimo di soli 6 anni. I genitori ci raccontano di star viaggiando in giro per l’Asia già da due mesi e di voler continuare fino a gennaio. Lui, dopo 30 anni di lavoro nella stessa impresa aveva deciso improvvisamente di lasciare tutto e partire, lei aveva semplicemente messo in pausa la sua carriera perché il suo lavoro di educatrice lo permetteva. Il bambino avrebbe studiato a distanza, seguendo lezioni di prof online, perché, ci spiegano, il Belgio permette questa modalità per almeno i primi due anni di scuola. Il clima è particolarmente piacevole, ci raccontiamo le nostre vite e di colpo mi ritrovo a dipingere attorno a quei visi, che per me prima erano solo forme e suoni, una storia, una storia che, come tutte le storie comuni e reali, sembra incredibile. È sorprendente quanto il mondo si allarghi quando ci si prende il tempo di ascoltare davvero le vite degli altri.
Ed è forse questo, tra tutti, il momento della giornata che custodisco con più cura.















