Si potrebbe immaginare il cambiamento climatico come un orologio, uno di quei vecchi e pesanti orologi a pendolo. Ogni giorno, puntuale, il suo rintocco risuona da qualche parte del mondo: è il suono di un nuovo disastro ambientale, l’ennesimo segnale che qualcosa si è spezzato nell’equilibrio del pianeta. Ogni colpo ci ricorda che il tempo scorre, e che se non saremo più rapidi nel trovare soluzioni, nel ripensare dalle fondamenta il nostro modo di vivere, produrre e consumare, quell’orologio finirà per scandire un conto alla rovescia irreversibile.
Un tempo il suo rintocco risuonava una volta al giorno, quasi impercettibile nel frastuono della quotidianità. Oggi, invece, quell’orologio suona a ogni ora: ogni colpo ci avverte di una nuova alluvione, un’ondata di calore, un ciclone che si abbatte su qualche angolo del mondo.
Questa volta è toccato al Sud‑Est asiatico, che in questi giorni sta subendo enormi danni e sta registrando numerose vittime a causa di alluvioni e frane. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ciò che sta accadendo è “un altro promemoria di come il cambiamento climatico stia provocando fenomeni meteorologici sempre più frequenti ed estremi, con effetti disastrosi”.
Sono oltre 1.300 i morti che, per ora, si contano tra Sri Lanka, Indonesia, Malesia e Thailandia. La più colpita è l’Indonesia, con circa 712 morti, 500 dispersi e 1,2 milioni di sfollati, soprattutto nelle province di Sumatra Occidentale e Settentrionale. A questo si aggiungono problemi gravi come la mancanza di beni di prima necessità.
Gli ambientalisti e lo stesso governo indonesiano indicano come una delle maggiori cause di frane e inondazioni inattese le grandi azioni di disboscamento nella regione. In Sri Lanka, il bilancio ufficiale conta già 410 morti e 336 dispersi.
«Questo non è solo un disastro naturale, è una crisi provocata dall’uomo», ha spiegato all’AP Rianda Purba, dell’Indonesian Environmental Forum. «La deforestazione e lo sviluppo incontrollato hanno privato Batang Toru della sua resilienza. Senza un urgente ripristino e protezioni più rigorose, queste inondazioni diventeranno la nuova normalità».
Tra le immagini che più colpiscono ci sono quelle di enormi elefanti senza vita, giacenti sotto il fango. Ma da dove nascono questi fenomeni distruttivi? A colpire il Sud‑Est asiatico sono stati due cicloni tropicali, il ciclone Ditwah e il ciclone Senyar, che si sono uniti ai venti e alle forti piogge monsoniche della stagione. Questo duo ha scaturito una scarica d’acqua in un solo giorno, pari alla quantità di pioggia che normalmente si registra in tutto il mese di novembre.
Ma quanto di tutto questo è davvero attribuibile alla crisi climatica? Gli esperti sostengono che l’aumento della pioggia nei sistemi tropicali sia dovuto al riscaldamento degli oceani e
dell’atmosfera, ed è ciò che conferma anche un recente studio condotto dal Grantham Institute for Climate Change and the Environment.
Per capire davvero cosa sta accadendo, bisogna partire dalle cause più profonde di questa crisi. La causa fondamentale è la deforestazione: dagli anni ’90 l’Indonesia ha perso un quarto della sua copertura forestale e, solo nel 2024, oltre 240.000 ettari di foresta primaria sono scomparsi. Un patrimonio vitale che non solo ospita biodiversità, ma regola anche il ciclo dell’acqua e attenua l’impatto delle piogge estreme.
Accanto alle cause, manca ancora la capacità di rispondere con strumenti adeguati. È paradossale che tutto questo avvenga a pochi giorni dalla conclusione della COP30 in Brasile, che si è rivelata l’ennesima occasione mancata: nessun vero sostegno finanziario ai Paesi più vulnerabili, nessuna roadmap concreta per l’abbandono dei combustibili fossili.
E mentre la politica internazionale resta immobile, il tempo per agire si assottiglia e il clima
continua a presentare un conto sempre più salato.


















