Quando nell’estate del 2027 l’ultima regata sarà terminata, le telecamere internazionali si spegneranno e i team dell’America’s Cup lasceranno Napoli, cosa resterà davvero alla città?
È probabilmente questa la domanda più interessante da porsi. Perché ospitare un grande evento sportivo significa certamente avere alberghi pieni, ristoranti affollati, migliaia di visitatori sul lungomare e Napoli nelle televisioni di mezzo mondo. Ma un appuntamento internazionale di questa portata acquista un valore molto più profondo se riesce a lasciare sul territorio competenze, tecnologie, nuove imprese e lavoro qualificato.
È partendo da questa prospettiva che assume particolare significato la Call for Ideas promossa dal Comune di Napoli, in collaborazione con Invitalia e con il supporto dell’America’s Cup, dedicata a startup, spin off e aspiranti imprenditori impegnati nei settori della Blue Economy.
Saranno selezionate fino a 20 idee innovative, destinate a entrare in un percorso di accompagnamento di sei mesi nei laboratori tecnologici del Comune presso il Real Albergo dei Poveri. Non si tratta, quindi, soltanto di una competizione tra progetti. L’obiettivo è provare a trasformare alcune delle grandi questioni legate al mare in tecnologie, servizi e imprese capaci di restare sul territorio anche quando la Coppa sarà finita.
La Louis Vuitton 38ª America’s Cup rappresenterà un passaggio storico. Per la prima volta la Louis Vuitton Cup e l’America’s Cup Match si disputeranno in Italia, con Napoli città ospitante nel 2027. La città, peraltro, conosce già il richiamo della vela internazionale. Nel 2012 e nel 2013 ospitò le World Series dell’America’s Cup, richiamando sul lungomare un pubblico enorme.
Questa volta, però, la prospettiva è diversa. Napoli non sarà soltanto una tappa del circuito. Sarà la città nella quale si assegnerà il trofeo e, soprattutto, ospiterà una manifestazione che arriva in una fase storica nella quale sostenibilità, digitalizzazione, mobilità, tutela del mare e trasformazione delle città costiere sono diventate questioni economiche oltre che ambientali.
L’America’s Cup porta con sé un ecosistema tecnologico sofisticato fatto di design, materiali avanzati, sensoristica, analisi dei dati, simulazione, ingegneria, sistemi energetici e comunicazioni. Le imbarcazioni sono, di fatto, laboratori di ricerca applicata.
La domanda è se una parte di questo patrimonio possa mettere radici a Napoli. La Call individua sei aree di intervento che raccontano bene quale potrebbe essere la Blue Economy dei prossimi anni.
Si parte dalla cantieristica e dalla vela, con l’obiettivo di integrare innovazione, nuove tecnologie e sostenibilità con le competenze produttive già presenti sul territorio. Un approccio interessante, perché innovare non significa cancellare ciò che esiste, ma aumentarne il valore attraverso strumenti digitali, nuovi materiali, sensoristica e sistemi avanzati di progettazione e manutenzione.
La seconda sfida riguarda porti, automazione e logistica sostenibile. Un settore nel quale tecnologie IoT, piattaforme digitali e sistemi previsionali possono migliorare la gestione dei flussi, ridurre inefficienze e consumi e rendere le infrastrutture portuali più intelligenti.
C’è poi il turismo sostenibile, tema particolarmente delicato per una città come Napoli. Gestire meglio i flussi, evitare che pochi luoghi sopportino quasi tutto il carico turistico, distribuire i visitatori e i benefici economici su aree più ampie della città è una questione che va ben oltre i giorni delle regate.
La quarta sfida riguarda l’accessibilità del mare e degli spazi urbani. Perché una città può definirsi davvero intelligente soltanto quando le proprie innovazioni sono utilizzabili da tutti, comprese le persone con disabilità motorie o sensoriali.
La quinta area guarda alla protezione delle risorse marine. Sensori, robotica, boe intelligenti, sistemi di monitoraggio e analisi dei dati possono trasformare il mare in una grande infrastruttura informativa, utile alla ricerca, alle amministrazioni pubbliche e alle imprese.
Infine c’è il cambiamento climatico, con la ricerca di soluzioni capaci di misurarne e mitigarne gli effetti sulle coste e sui territori. Un ambito nel quale Blue Economy e climate tech finiscono inevitabilmente per incontrarsi.
I progetti selezionati accederanno a mentorship, formazione sul business design, fundraising, go to market, proprietà intellettuale e prototipazione. Potranno inoltre confrontarsi con esperti, imprese, investitori e con i professionisti coinvolti nell’America’s Cup.
È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti. Venti progetti non bastano, naturalmente, per creare un distretto dell’innovazione. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Possono però diventare un primo nucleo nel quale università, ricerca, startup, imprese e pubblica amministrazione iniziano a lavorare sugli stessi problemi.
La vera misura del successo non sarà quindi il numero dei partecipanti, ma quanti progetti riusciranno a sopravvivere alla fine del programma, quanti diventeranno imprese, quanti attireranno investimenti e, soprattutto, quanti creeranno lavoro qualificato.
Il valore duraturo dell’America’s Cup non sarà soltanto nel turismo o nella visibilità internazionale. Potrebbe essere nella capacità di creare occasioni per ingegneri, sviluppatori, designer, ricercatori, tecnici, esperti ambientali e professionisti della nautica.
I grandi eventi, per loro natura, passano. Le barche ripartono. Le telecamere si spengono. I visitatori tornano a casa. Le competenze, invece, possono restare. Le imprese possono restare. I laboratori possono continuare a produrre innovazione. Il lavoro può diventare stabile.
Se anche solo una parte delle venti idee riuscirà a trasformarsi in aziende capaci di crescere, assumere persone e vendere tecnologie oltre i confini regionali, Napoli avrà ottenuto qualcosa che nessuna classifica dell’America’s Cup potrà misurare. Avrà utilizzato una grande regata per accelerare un pezzo del proprio futuro. Ed è probabilmente questa la sfida più importante della Coppa.












