La meccanica era semplice e feroce. Scatti in costume, in casa, a una festa, fino a foto intime nate in un contesto di fiducia e poi esposte a una platea indiscriminata. In alcuni casi i volti venivano sfocati, più spesso no. Dentro i commenti si incitava esplicitamente a “andarci giù pesante”, mentre l’algoritmo garantiva visibilità e ingaggio. È emerso anche il racconto di una donna che ha riconosciuto la propria camera da letto nelle immagini postate dal marito. E qui la parola “tradimento” è un eufemismo.
La cornice psicologica la conosciamo. È l’oggettificazione: ridurre la partner a “cosa” da esibire come una targa o un trofeo, con crollo di empatia e responsabilità. Nel mix entrano tratti di una mentalità del “mi spetta” e dello sfruttamento, che in una cultura patriarcale diventano esplosivi. Parlare di “scherzi tra uomini” è un vergognoso alibi, c’è una produzione sistemica di violenza culturale, con un pubblico che normalizza e rafforza l’abuso.
La letteratura sugli abusi sessuali basati sulle immagini è chiara: ansia, depressione, perdita di fiducia, fino a sintomi compatibili con i disturbi post‑traumatici. Nel digitale due fattori aggravano il tutto: l’irreversibilità della diffusione e la vastità della platea. Una volta online, la vittima perde il controllo di quella immagine e quell’immagine può riemergere ovunque e per sempre.
Che cosa dice la legge. Dal 2019 l’Italia punisce la diffusione non consensuale di contenuti sessualmente espliciti (art. 612‑ter, c.d. Codice Rosso) con pene fino a sei anni, aggravate, se il responsabile è o è stato legato affettivamente alla vittima. E non si punisce solo chi pubblica per primo, ma anche chi minaccia o rilancia con intento di arrecare danno. Per foto non intime si procede su altri binari (molestia, diffamazione, minaccia, violenza privata; in alcuni casi tramite l’art. 167 Codice Privacy). Nel caso “Mia Moglie”, la Polizia Postale ha raccolto oltre mille segnalazioni e invierà un’informativa alla Procura di Roma.
Meta, l’azienda che pubblica Facebook, ha chiuso il gruppo, ma non il fenomeno. Sappiamo che in passato sono esistiti precedenti con decine di migliaia di iscritti; chiuso un canale, se ne aprono altri, spesso su Telegram e WhatsApp dove la moderazione è più complessa. Un monitoraggio di “PermessoNegato” ha individuato 147 gruppi o canali attivi nella diffusione di materiale non consensuale solo su Telegram. Il che conferma una verità scomoda: se non cambiano cultura e incentivi, la migrazione su altre piattaforme è questione di ore.
Cosa fare davvero? Non basta l’indignazione, servono procedure e responsabilità condivise.
- Denunciare subito alla Polizia Postale ed al Garante, conservando prove e URL; la responsabilità penale riguarda tanto chi crea quanto chi inoltra.
- Segnalare alla piattaforma e richiedere la rimozione rapida; le policy di Meta lo consentono, ma vanno attivate e verificate.
- Offrire supporto legale e psicologico alle vittime evitando che la vittima stessa viva la situazione come una colpa; il silenzio è complicità.
- Investire in educazione affettiva ed al consenso sin dalle scuole; i programmi strutturati riducono i comportamenti violenti tra gli adolescenti secondo le evidenze citate.
Questa violenza non è catalogabile alla stregua di una gaffe culturale, ma è il frutto di un patriarcato che ha abituato tutti a vedere il corpo femminile come oggetto da consumare, dentro un sistema che ci lucra sopra alimentando rabbia e curiosità morbosa. Le norme delle piattaforme e le chiusure servono, ma da sole non bastano: se continuiamo a ragionare sul singolo gruppo, domani ne troveremo dieci uguali altrove. Il cambio di passo è culturale e collettivo, e riguarda soprattutto gli uomini. Finché il riconoscimento tra pari passerà dall’esibizione della partner, continueremo a produrre comunità dello stupro perfettamente ordinarie.
E… non potremo dire di non averle viste arrivare.











