Alcuni luoghi non appartengono solo ad una città, ma alla coscienza e al ricordo di tutti. La Radura della Memoria, nata per non dimenticare le vittime del crollo del Ponte Morandi, è uno di questi. Un luogo di raccoglimento, di dolore e di rinascita, dove l’arte si fa linguaggio universale del ricordo. Eppure quel silenzio è stato violato da scritte e disegni osceni, vergati con bombolette spray sul murale realizzato nel 2021 dagli artisti Duorone, coppia franco-spagnola di fama internazionale.
L’opera, che raffigura un volto di donna composto da forme geometriche e colori vibranti, è stata deturpata da mani anonime e irresponsabili. Un gesto che non colpisce solo la superficie di un muro, ma ferisce la memoria di una comunità intera. Le forze dell’ordine stanno visionando le immagini delle telecamere per individuare i responsabili, mentre la città si interroga su come sia possibile che la mancanza di rispetto arrivi a tanto.
La sindaca Salis, con parole di sincera indignazione, ha chiesto scusa ai familiari delle vittime e agli sfollati: “Faremo in modo che il murale venga ripristinato nel più breve tempo possibile e auspichiamo che i responsabili vengano individuati rapidamente e possano intraprendere un percorso di educazione e formazione sul valore della memoria e del rispetto”.
Ma oltre alla condanna, serve una riflessione più profonda. Perché atti come questo non nascono dal nulla: sono il sintomo di una disconnessione culturale, di un vuoto educativo che rende invisibile il significato dei luoghi della memoria. La Radura non è solo un monumento, è un spazio di coscienza, un invito a ricordare che dietro ogni tragedia ci sono vite, famiglie, comunità che hanno dovuto ricostruire se stesse.
Il vandalismo, in questo contesto, diventa una forma di rimozione collettiva, un tentativo di cancellare ciò che ci mette di fronte alla fragilità umana e alla responsabilità civile. Eppure, proprio da questi gesti di offesa può nascere una risposta più forte: quella di una città che non si arrende, che ripristina, che educa, che trasforma la rabbia in consapevolezza.
Riparare il murale sarà un gesto necessario, ma non sufficiente. Occorre riparare anche il senso civico, la capacità di riconoscere il valore del ricordo come fondamento della convivenza. La memoria non è un peso, è una forma di resistenza contro l’indifferenza. E Genova, ancora una volta, è chiamata a dimostrare che la bellezza e il rispetto possono sopravvivere anche all’inciviltà.














