A Srebrenica, tra l’11 e il 15 luglio 1995, vennero uccisi almeno 8.372 uomini e ragazzi bosgnacchi. Una zona “protetta” dall’ONU, 600 caschi blu olandesi sul posto e, un’inerzia che si è trasformata in complicità morale. È la ferita più profonda del continente dopo il 1945 ed è una ferita che, ancora oggi, ci fa urlare di dolore ogni volta che il rumore del presente tenta di coprire la voce dei morti.
Quest’anno abbiamo seguito con particolare attenzione un pellegrinaggio interreligioso promosso da FOCSIV e UCOII: cinque giorni tra Sarajevo, Mostar e Srebrenica per tenere viva la memoria di quel “genocidio” e disinnescare l’odio prima che diventi azione. Le tappe hanno intrecciato luoghi di culto e luoghi di lutto: la Cattedrale del Sacro Cuore, la moschea di Gazi Husrev-beg, la sinagoga ashkenazita, fino al Memoriale di Potočari, dove i nomi incisi sono ancora troppi e le persone da identificare non sono ancora tutte, nonostante siano trascorsi trent’anni. È un itinerario pensato per ascoltare, non per guardare e… l’ascolto, quando è vero, rimette sempre tutto in discussione.
Non solo visite. A Sarajevo si è discusso pubblicamente di diritto internazionale in un seminario ospitato nella biblioteca di Gazi Husrev-beg, con accademici e leader religiosi delle diverse confessioni: domande scomode sul perché le regole non hanno protetto i più deboli, e su come ricostruire la fiducia nelle istituzioni quando la memoria documenta il contrario. La domanda non è neutra: una democrazia che non sa difendere i civili perde la bussola e, con essa, la propria legittimità.
Ogni volta che ripercorriamo quei giorni ci torna alla mente l’ossimoro più scandaloso di tutti quello della “zona protetta”: un’enclave posta sotto il comandi dell’UNPROFOR. Migliaia di persone in cerca di scampo, i maschi separati da donne e bambini e poi uccisi. I caschi blu che non solo non intervengono ma che in alcuni frangenti collaborano nelle operazioni di separazione. È l’istantanea di una fiducia tradita, di regole scritte che evaporano al primo colpo di vento. Non possiamo rimuovere questa storia perché quel fallimento è tutto nostro, occidentale anzi europeo.
“Nella mia libreria ci sono pagine che fanno rumore anche da chiuse” afferma Paolo Rumiz e anche le sue parole appartengono a quella categoria. Il suo racconto del 1995 è una cronaca che non concede sconti: “Erano entrati in una zona considerata sicura e protetta”. C’è tutto, in questa frase. La fiducia riposta, la promessa mancata, la rabbia che ne segue. Non è memoria sterile, cosa succede quando vogliamo delegare la nostra responsabilità alla retorica? Succede Srebrenica!
La memoria per immagini. Due film, due traiettorie diverse ma complementari, “I diari di mio padre”, primo lungometraggio di Ado Hasanović, nasce da un archivio familiare che diventa bene comune. Bekir, il padre, durante l’assedio riprendeva la vita che vedeva e non la morte che lo circondava: volti, voci, piccoli gesti ostinati in mezzo alla miseria. Quel materiale oggi si intreccia con i diari e con un dolore che non si lascia addomesticare. Nel film riemerge la “Marcia della Morte” verso Tuzla, i boschi che hanno nascosto e tradito e un dato che pesa come piombo: “… nemmeno il 10% delle persone sono sopravvissute!”. La scelta di inquadrare i silenzi è già una scelta politica.
Sul versante complementare, “Il ragazzo della Drina” di Zijad Ibrahimović segue il ritorno di Irvin Mujčić, che ha perso il padre nel genocidio. I campi coltivati che coprono fosse comuni, i villaggi spazzati via, la Drina che “soffre” perché l’abbiamo tinta di rosso. Da lì, però, si apre una scommessa concreta: Ekometa, un eco-villaggio nato con la sorella Elvira per trasformare il lutto in luogo di relazione, tra residenze artistiche, cammini e pratiche di comunità. La memoria che ricostruisce, che non immobilizza.
Dal 27 maggio 2024, la ricorrenza dell’11 luglio è diventata la “Giornata internazionale di riflessione sul genocidio di Srebrenica”. Non è un’etichetta simbolica ma una data del calendario che ci costringe ad un check-up annuale. Cosa abbiamo imparato? Quanto dell’odio di ieri riconosciamo nelle fratture di oggi?
Ogni anno, la Marš mira (Marcia della Pace) ripercorre al contrario la via della fuga: un rito laico che educa le gambe alla pazienza e la testa alla complessità. È la prova che le commemorazioni, quando non sono mere cerimonie, cambiano la postura civile di chi vi partecipa. Prima di rientrare in Italia, i pellegrini hanno attraversato il Tunnel di Sarajevo, scavato sotto la pista dell’aeroporto per collegare la città assediata al resto del Paese. Quel corridoio angusto è l’allegoria perfetta della Bosnia di allora: la vita che insiste, metro dopo metro, sotto l’occhio indifferente del mondo. Le parole degli organizzatori non girano attorno al punto cruciale: le violenze furono perpetrate dalle unità dell’esercito della Republika Srpska (Repubblica Serba) guidate da Ratko Mladić, in un’area ONU dichiarata “protetta”. Sta storia è tutta lì, in quel paradosso: protetta, ma non salvata.
Quindi non basta ricordare, bisogna imparare ad ascoltare. Lo diciamo anche da professionisti della comunicazione: senza ascolto, nessun messaggio attraversa davvero le persone. Forse la lezione ultima è in una frase che Bekir Hasanović consegna al figlio: “Devi creare amicizie, con tutti, anche con i tuoi coetanei serbi. Perché voi non avete fatto la guerra, voi dovete costruire il futuro”.
Ed è esattamente questo il compito: trasformare la memoria da muro a ponte, da slogan a pratica quotidiana.









