HomeGlobal NewsCattolicesimo contemporaneoLo scandalo del cardinale Müller: la fede si inginocchia davanti a Trump – di José Carlos Enríquez Díaz

Lo scandalo del cardinale Müller: la fede si inginocchia davanti a Trump – di José Carlos Enríquez Díaz

È profondamente inquietante – e per molti credenti, semplicemente doloroso – constatare come certe voci autorevoli all’interno della Chiesa abbiano scelto di oltrepassare un limite che non avrebbe mai dovuto essere superato: quello di subordinare il messaggio del Vangelo a interessi politici caratterizzati dallo scontro, dal nazionalismo escludente e dalla logica del potere. Non si tratta né di un’esagerazione né di un giudizio affrettato. È la conseguenza diretta di gesti che, per quanto piccoli possano sembrare, hanno un enorme peso simbolico.

Il caso del cardinale Gerhard Ludwig Müller non può essere liquidato come un aneddoto di poco conto. La sua partecipazione, anche solo tramite un videomessaggio, a un evento organizzato da un gruppo apertamente schierato con Donald Trump non è né un gesto innocente né una mera formalità. Si tratta, in sostanza, di una presa di posizione. E una presa di posizione profondamente problematica. Perché non si tratta semplicemente di inviare un saluto: si tratta di legittimare un ambiente, un discorso e un modo di intendere il mondo che si scontrano frontalmente con il nucleo stesso del cristianesimo.

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Ed è proprio questo contesto che va osservato senza ingenuità. Uno spazio in cui è normale che un leader politico parli di paesi sovrani come se fossero proprietà in vendita. Dove si può affermare, senza arrossire, che la Groenlandia «è mia» o che verrà presa «con le buone o con le cattive», come se il diritto internazionale fosse un mero ostacolo amministrativo. Dove Cuba cessa di essere una nazione con una propria dignità e diventa un oggetto suscettibile di «appropriazione», come qualcuno che negozia un immobile. Una retorica da proprietario, più simile a quella di un delinquente di basso livello che a quella di uno statista che rappresenta un paese che aspira a essere un modello di democrazia e diritti.

La pace rappresentata da una colomba bianca che dispiega le sue ali

Il messaggio di Gesù di Nazareth non lascia spazio ad ambiguità: beati i poveri, gli operatori di pace, i perseguitati. Non i potenti, non gli arroganti, non coloro che usano il linguaggio delle minacce come strumento politico. Eppure, l’universo ideologico in cui si svolge questo evento è caratterizzato proprio dal contrario: una retorica aggressiva, una visione del mondo basata sullo scontro costante e una preoccupante banalizzazione della forza.

Come può un cardinale prestare la sua voce, anche indirettamente, a un ambiente che normalizza il disprezzo per gli altri e trasforma la fede in uno strumento politico? La domanda non è retorica; è urgente. Perché ciò che è in gioco non è solo una questione di affinità personali, ma la credibilità stessa della Chiesa.

Il problema è anche profondamente teologico. Quando un leader politico viene presentato come uno strumento della provvidenza, quando lo si riveste di simboli religiosi o lo si inserisce in una narrazione quasi salvifica, si sta oltrepassando un limite pericoloso. Questo non è cristianesimo. Questa è idolatria. Il Vangelo non ha bisogno di leader forti o di figure messianiche di stampo nazionalista. Non ha bisogno di salvatori politici. La sua forza risiede proprio nell’opposto: nell’umiltà, nel sacrificio di sé, nel servizio.

Eppure, l’ambiente legittimato da questi gesti promuove una logica completamente opposta: quella del «noi contro di loro», del nemico interno ed esterno, della fede trasformata in vessillo identitario. Una fede che cessa di essere universale e diventa un’arma ideologica. Una fede che, paradossalmente, sembra convivere con discorsi che minacciano di imporre la propria volontà – «fate come dico io o già sapete cosa vi succederà» – come se la politica internazionale fosse un’estensione di un cortile scolastico dominato dai più forti.

C’è inoltre un elemento che aggrava ulteriormente la situazione: il silenzio. Perché partecipare a un evento di questa natura non significa solo parlare, ma anche rimanere in silenzio. Rimanere in silenzio di fronte a politiche e discorsi ampiamente criticati per la loro durezza, la loro mancanza di umanità e il loro disprezzo per i più vulnerabili. In questo contesto, il silenzio non è neutralità: è complicità.

Non basta inviare un messaggio spirituale se il contesto in cui viene pronunciato è carico di gravi implicazioni politiche ed etiche. La fede non può essere presentata come una pia patina che cela realtà scomode. Non può essere usata per addolcire discorsi che, in sostanza, contraddicono il Vangelo. Non può servire da ornamento a una visione del mondo in cui i paesi vengono «comprati», «conquistati» o «addestrati».

Perché la contraddizione è evidente. Cristo non ha costruito muri, non ha parlato di impossessarsi delle terre altrui, non ha usato la paura come strumento di coesione. Al contrario: ha abbattuto le barriere, ha accolto lo straniero, ha denunciato i potenti e ha posto al centro coloro che non contavano. Collegare, anche simbolicamente, il messaggio cristiano a progetti politici che si muovono nella direzione opposta non è solo incoerente: è profondamente disorientante per i fedeli.

Cristo ha abbattuto le barriere ha accolto lo straniero ha denunciato

Questo genere di azioni non colpisce solo chi le compie. Danneggiano l’intera Chiesa. In un momento storico in cui l’istituzione ha bisogno di essere uno spazio di incontro, dialogo e riconciliazione, decisioni come queste alimentano la polarizzazione, rafforzano la sfiducia ed erodono la sua credibilità. Perché quando un cardinale sembra a suo agio in un ambiente in cui si parla come un «capo banda» – per usare un’espressione già in circolazione in ambienti diplomatici – il problema cessa di essere personale e diventa ecclesiale.

La Chiesa non può diventare un semplice attore politico, né uno strumento al servizio di ideologie specifiche. Quando ciò accade, cessa di essere segno di unità e diventa fattore di divisione. E questo è qualcosa che molti credenti non sono più disposti ad accettare.

Di fronte a questa deriva, la reazione non può essere il silenzio. Ma non può essere nemmeno l’odio. Deve essere la fedeltà al Vangelo. Perché i cristiani – la stragrande maggioranza – non vogliono una fede subordinata al potere, né leader religiosi che legittimino discorsi conflittuali, né alleanze che tradiscano il messaggio di Gesù.

Vogliamo una Chiesa che testimoni la pace, non che sia complice dell’aggressività. Una Chiesa che denunci l’ingiustizia, non che la eviti. Una Chiesa che accompagni i deboli, non che cerchi la vicinanza dei potenti. Questa è l’esigenza. Ed è anche la speranza.

Il cardinale Müller, in quanto figura pubblica, non può ignorare il peso delle sue azioni. Ogni gesto costruisce una narrazione, trasmette un messaggio, traccia una rotta. E in questo caso, il messaggio è inquietante: quello di una fede che si lascia sedurre dal potere e rischia di dimenticare la propria essenza.

Non tutto è accettabile in nome della tradizione. Non tutto può essere giustificato appellandosi all’identità. Ci sono dei limiti. E questi limiti sono stabiliti dal Vangelo, non dalla strategia politica del momento.

La storia della Chiesa è piena di momenti in cui ha dovuto scegliere tra potere e fedeltà. Non sempre ha fatto la scelta giusta. E ogni errore ha lasciato ferite profonde. Oggi, ancora una volta, ci troviamo di fronte a questa scelta.

Tra il Vangelo e il potere non è possibile alcun equilibrio: bisogna fare una scelta. E questa scelta definirà non solo il presente, ma anche il futuro morale della Chiesa.

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Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli è docente di lettere classiche presso il Liceo “Alfonso Maria de’ Liguori” di Acerra (NA). È stato docente invitato di lingue classiche presso la PFTIM dell’Italia meridionale, sez. San Luigi. Traduttore e curatore di testi di Jacques Gaillot e José María Castillo, si occupa di animazione biblica in gruppi di base.

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