La solitudine umana, quella vera, attraversa stati civili, vocazioni e stili di vita. Ci sono preti profondamente soli, certo. Ma ci sono anche matrimoni soli, partner soli, famiglie sole. Ossia, la solitudine non dipende solo dalla persona con la quale dormi, ma da come stai vivendo il tuo desiderio, la tua affettività e la tua verità, il tuo «essere in relazione» con gli altri e con Dio.
Il testo che mi ha ispirato a pensare e scrivere, dice qualcosa di scomodo ma reale: «il celibato, presentato ufficialmente come carisma, è per molti un’esigenza imposta, a volte vissuta senza risorse affettive sufficienti, senza spazi di dialogo, senza un accompagnamento reale» (José Manuel Vidal, «Il dramma messo a tacere del celibato presbiterale». E allora accade qualcosa di pericoloso: quando non c’è integrazione, appare la scissione. In ogni essere umano.
Il celibato viene spesso presentato come un dono, ma si dimentica che nessun dono può essere vissuto nel vuoto o nell’isolamento. Quando si scollega dall’accompagnamento affettivo e comunitario, si ricorre facilmente ad una spiritualità disincarnata che finisce per trasmettere, esplicitamente o implicitamente, un’idea pericolosa: «Se cadi, è perché ti manca la fede». A questo punto, il problema non è più il celibato in sé, ma un’antropologia fragile, incapace di accogliere ed elaborare il desiderio umano senza colpevolizzarlo o negarlo.
Ma torniamo alla domanda iniziale. Se domani il celibato cessasse di essere obbligatorio, significherebbe dare «carta bianca» per vivere relazioni senza impegno? E questo risolverebbe il problema delle doppie vite? O sparirebbe la disintegrazione affettiva?
Sappiamo che non è così. Le doppie vite non sono un’esclusiva di chi non è sposato. Esistono nei matrimoni, tra partner stabili, in contesti lavorativi, comunitari e ecclesiali. Pertanto, forse la domanda di fondo non è «celibato sì o celibato no», ma un’altra più esigente: stiamo formando, e accompagnando. persone in grado di sviluppare una fermezza interiore? Noi che le accompagniamo siamo esempi di questo? Persone capaci di riconoscere la propria fragilità, di stabilire confini senza anestetizzare l’affettività, di vivere la solitudine senza riempirla compulsivamente, perché non tutto si risolve con un «volontarismo», ma con un accompagnamento reale e spazi in cui si possa imparare a legarsi integralmente.
Forse abbiamo bisogno di meno dibattiti binari e di più domande scomode? Meno soluzioni rapide e più processi lunghi? Meno idealizzazioni, del celibato e anche del matrimonio, e più verità.
Ma in questo c’è un livello ancora più scomodo, di cui non si parla quasi mai ad alta voce. Cosa succede quando la compagnia desiderata non corrisponde con quello che la Chiesa propone come legittimo? Perché non ogni «solitudine presbiterale» si risolve con un matrimonio eterosessuale. Ci sono desideri di un legame che non trovano uno sbocco riconosciuto: relazioni prematrimoniali, infedeltà, legami affettivi paralleli e anche relazioni omosessuali.
Allora la domanda diventa ancora più profonda. Se il celibato obbligatorio venisse eliminato, che tipo di relazioni si potrebbero effettivamente instaurare? Lo dico perché credo che pensare che il problema sia meramente «normativo» sia molto ingenuo. Sarebbe un fraintendimento delle dinamiche delle relazioni umane. La questione in gioco qui è antropologica. Già nel XVI secolo Teresa d’Avila si chiedeva: «Che tipo di persone dovremmo essere?». Non «cosa dovremmo fare?». Perché molte cose si possono fare ma, se non formiamo e trasformiamo il nostro essere, il nostro «essere in relazione» con gli altri, non c’è nessuna differenza tra quello che facciamo e le norme che stabiliamo.
Credo che alla fine la questione fondamentale non sia quale «regola» cambiare, perché «fatta la legge, trovato l’inganno» se la persona vuole, ma piuttosto che tipo di essere umano stiamo presupponendo. Finché continueremo a credere che il cambiamento esterno, sposarsi, non sposarsi, permettere o proibire, risolverà quello che in realtà è una mancanza di integrazione interiore, continueremo a muovere i pezzi senza toccare la scacchiera.
Non si tratta di giustificare tutto o di benedire qualsiasi legame. Si tratta di promuovere una riflessione più adulta sulla condizione umana: una riflessione che non idealizzi, neghi o infantilizzi. Neanche si tratta di inasprire norme per contenere ciò che non sappiamo accompagnare. Perché nessuno, nemmeno un prete, è fatto per sostenere da solo una vita esigente, senza relazioni che umanizzino, fronteggino e curino.
Forse è giunto il momento di accettare che il dibattito sul celibato non ci infastidisce tanto per la norma in sé, quanto perché ci obbliga a confrontarci con qualcosa di più esigente: che tipo di persone stiamo formando e sostenendo come società e come Chiesa? Forse il cristianesimo non offre prima di tutto una norma, ma una buona notizia: che è possibile vivere il desiderio e la fragilità senza rimanere intrappolati nella menzogna, perché esiste un modo di relazionarsi che guarisce, unifica e restituisce dignità all’essere umano. La domanda è se siamo disposti a lasciarci convertire da essa. Il modo con cui abbiamo il coraggio, o non lo abbiamo, di affrontare questa domanda dirà molto a proposito della nostra maturità umana, relazionale e, naturalmente, spirituale.















