HomeGlobal NewsCattolicesimo contemporaneoQuando la Chiesa protegge se stessa e dimentica le sue vittime - di Guillermo Jesús Kowalski

Quando la Chiesa protegge se stessa e dimentica le sue vittime – di Guillermo Jesús Kowalski

La Chiesa, storicamente, ha agito in troppe occasioni per proteggere la propria immagine ed evitare scandali che potessero indebolirne l’autorità morale. In questo processo il prestigio istituzionale è stato anteposto alla sicurezza e alla dignità delle vittime.

La crisi degli abusi non è dunque semplicemente un problema morale o disciplinare. È una crisi spirituale, ecclesiale e strutturale che mette in discussione il cuore stesso del cristianesimo. E l’aspetto più inquietante è che, al di là delle dichiarazioni e dei gesti, molte delle strutture che hanno reso possibile questo sistema continuano a rimanere intatte. Ma cosa succede quando la verità rimane archiviata mentre le vittime continuano ad aspettare giustizia?

Aggiungi Life and News Magazine come fonte preferita su Google!

Le recenti indagini hanno confermato ancora una volta quello che non può più essere considerato un sospetto isolato: Roma sapeva più di quanto abbia dichiarato, prima di quanto abbia ammesso e per un periodo più lungo di quanto abbia riconosciuto.

Documenti nascosti, protocolli ambigui, fascicoli occultati… tutto rivela non solo l’esistenza di abusi, ma un’autentica gestione del silenzio. Questo non è un errore amministrativo. È un problema teologico di primaria importanza. Perché, quando una Chiesa che annuncia il Vangelo sceglie di proteggere se stessa anziché i feriti, si ferisce nella sua radice più profonda.

Gesù non ha fondato una comunità per difendere la propria reputazione. Non ha protetto strutture né insabbiato il male. Si è schierato dalla parte delle vittime e ha denunciato l’ipocrisia religiosa che le opprimeva. Per questo, ogni volta che la Chiesa protegge se stessa invece di schierarsi dalla parte dei più piccoli, oscura il volto di Dio che è chiamata a lasciar trasparire.

Per lungo tempo, gli abusi non sono stati compresi per quello che realmente sono: violenza contro persone vulnerabili. Sono stati interpretati come mancanze morali o debolezze personali gestibili internamente, evitando lo «scandalo». Pertanto, il problema è stato affrontato come un peccato da confessare, non come un crimine da giudicare. E in questo cambiamento di prospettiva si è verificata una delle distorsioni più gravi: la scomparsa della vittima, affinché l’istituzione non si sentisse più interpellata.

Si è quindi configurata una logica profondamente perversa:

  • l’aggressore era «un prete con problemi» e non un problema sistemico della vita presbiterale così come è attualmente strutturata.
  • La vittima era screditata o ridotta a un caso marginale e, la priorità era la reputazione istituzionale.

Non si trattava solo di nascondere fatti, ma di un modo di pensare: una Chiesa concepita come un bene superiore da proteggere, anche a costo dei più piccoli. Ma il Vangelo è chiaro: «Chi scandalizza uno di questi piccoli…» (Mt 18,6).
Il problema non è solo ciò che si è fatto, ma anche ciò che ancora non si vuole cambiare a livello strutturale.

Si tratta di una cultura in cui il potere si sacralizza, in cui alcuni si pongono al di sopra degli altri e in cui l’istituzione diventa autoreferenziale, convinta di agire «in nome di Dio» senza alcun obbligo di rendere conto. Il clericalismo non solo ha permesso abusi. Ha reso possibile qualcosa di ancora più grave: il non ascoltare le vittime. Le ha messe a tacere, le ha rese invisibili, ha neutralizzato le loro voci come forma di protesta. È una forma di annientamento simbolico: se la vittima non esiste, il sistema non ha bisogno di cambiare.

Per questo non sorprende che gli archivi siano rimasti chiusi per decenni. Non si trattava solo di documenti, ma di memoria, di verità e di giustizia pendente. Si è consolidata così una struttura in cui:

  • le denunce si gestivano internamente,
  • la giustizia civile si evitava,
  • gli aggressori si trasferivano,
  • le decisioni si ritardavano,
  • e l’istituzione si proteggeva a tutti i costi.

Questa cultura è ulteriormente rafforzata da stili di vita clericale che, in alcuni casi, hanno portato all’isolamento, all’immaturità emotiva o a doppie vite. Pertanto, è imprescindibile affrontare, con onestà evangelica, una questione a lungo trascurata: il celibato obbligatorio.

Questa cultura è rafforzata da stili di vita clericale solitari, isolati nell’immaturità affettiva o costretti a condurre una doppia vita. Pertanto, è essenziale affrontare il celibato obbligatorio con serenità e onestà. È indispensabile ripensare questa disciplina antica e mai ben gestita, a partire da forme più umane ed evangeliche di vivere il ministero.

In quest’ottica, emerge una realtà ignorata: i preti sposati. Migliaia di uomini che hanno servito fedelmente e che oggi vivono ai margini dell’istituzione. La loro esperienza – famiglia, lavoro, vita quotidiana – costituisce un’immensa ricchezza pastorale. Integrarli non indebolirebbe la Chiesa, bensì la renderebbe più umana, sinodale e vicina al popolo reale. Mantenerli ai margini significa sprecare un capitale umano e spirituale di enorme valore.

L’aspetto più scandaloso non è solo ciò che si è fatto, ma ciò che è ancora difficile da guardare: le vittime. Per troppo tempo sono state messe a tacere, sospettate o minimizzate. Eppure, nella prospettiva del Vangelo sono proprio loro il luogo in cui Dio continua a parlare.

Papa Francesco lo ha espresso chiaramente: la realtà si comprende a partire dalle periferie, non a partire dai centri di potere. Questo cambia tutto. Da questa prospettiva la Chiesa non può porsi come giudice distante. Può essere solo discepola:

  • che ascolta,
  • che impara,
  • che chiede perdono,
  • che ripara,
  • e che trasforma le strutture.

I gesti simbolici non bastano. Servono cambiamenti reali, cambiamenti capaci di impedire che il sistema produca nuovamente vittime.

La Chiesa si trova oggi a un bivio storico. Può continuare a gestire il passato con silenzi parziali e riforme insufficienti. Oppure può compiere un passo decisivo: dire tutta la verità, assumersi la piena responsabilità e trasformare le proprie strutture. Non per la pressione dei media, né per una strategia istituzionale, ma per fedeltà al Vangelo.

La verità non distrugge la Chiesa. Ciò che la distrugge è nasconderla, non riparare il danno e fingere cambiamenti che non affrontano l’essenziale. La credibilità non verrà da discorsi, ma da un atteggiamento: mettersi al fianco delle vittime senza riserve.  Perché dove una vittima viene ascoltata, il Vangelo torna a respirare.

E laddove la verità viene alla luce, Dio non è più rinchiuso negli archivi e la Chiesa torna a essere degna di fiducia.

Segui il canale LIFE & NEWS su WhatsApp!

Ti è piaciuto l'articolo? Condividilo!

Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli è docente di lettere classiche presso il Liceo “Alfonso Maria de’ Liguori” di Acerra (NA). È stato docente invitato di lingue classiche presso la PFTIM dell’Italia meridionale, sez. San Luigi. Traduttore e curatore di testi di Jacques Gaillot e José María Castillo, si occupa di animazione biblica in gruppi di base.

Life and News "più vita alle notizie" il nuovo magazine in sinergia con Giovani del Sud

La nostra piattaforma social Giovani del Sud si affianca al nuovo progetto editoriale Life and News Magazine, una testata on line che punta ad una visione fresca e completa del mondo contemporaneo.

Banner 300x250: Nesis Boat - Full Electric
Banner 300x250: EmozionArt
Banner 300x300: Euro Dental Lab 2000 - Raffaele e Amedeo Briola Odontotecnici
Banner 300x250: Birreria Kitebeer - Napoli
Banner 300x250: Schiano Automobili Srl - info@schianoautomobili.it - Monte di Procida

Ultimi Articoli

Banner 300x250: Oro Più Gioielleria
Banner 300x250: Napolart - Bed & Breakfast a Napoli

Da Leggere