Il Concilio di Trento ha definito il sacramento della penitenza come un sacramento istituito da Cristo, necessario per il perdono dei peccati commessi dopo il battesimo. La materia del sacramento comprenderebbe la contrizione, la confessione e la soddisfazione. La forma del sacramento è l’assoluzione impartita dal prete autorizzato per quest’atto.
Questo scritto divulgativo si riferisce alla confessione auricolare e all’assoluzione del prete. Gli altri atti non hanno nessuna originalità e sono accettabili a prescindere dalla loro sacramentalità.
Il Concilio di Trento dichiara che la confessione deve essere specifica e numerica riguardo ai peccati mortali, «per diritto divino», il che significa che una confessione generica è insufficiente. Questa è stata una delle definizioni più discusse e continua ad essere fondamentale nella pratica sacramentale.
A partire da allora, ma già prima, i cristiani di rito latino hanno frequentato la confessione auricolare davanti al prete almeno una volta all’anno. La pratica della confessione auricolare è diminuita, sebbene la Chiesa attuale, anche dopo il Concilio Vaticano II, non abbia modificato la normativa.
Come già accennato, non vi è traccia di questa pratica nella Bibbia, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento. I Padri Apostolici non menzionano e non praticano la confessione auricolare, né tantomeno la raccomandano.
Gli scrittori dei primi secoli del cristianesimo non conoscevano nulla della confessione auricolare privata. Tuttavia, la confessione pubblica dei peccati pubblici e scandalosi, risalente ai primissimi tempi del cristianesimo, è ben documentata. Il cristiano che avesse commesso un peccato pubblico, veniva sanzionato pubblicamente dalla comunità, persino con la scomunica.
Potremmo passare in rassegna tutti i Padri della Chiesa, ma concentriamoci solo su Agostino d’Ippona, vissuto tra il IV e il V secolo. Nelle sue «Confessioni» non dice nulla del fatto di confessarsi, pur rivelando le sue debolezze e i suoi peccati.
«Pax Constantiniana». IV secolo. L’Impero Romano riconosce la legittimità del Cristianesimo. I cristiani passano dall’essere perseguitati a perseguitare e infine a dominare. L’Impero concede lo status di magistrati civili ai vescovi (epíscopoi), supervisori delle loro comunità. Ci si poteva appellare al vescovo per ottenere giustizia. Nell’Alto Medioevo nasce la Lotta per le Investiture. Una disputa su chi avesse l’ultima parola nella nomina dei vescovi: l’imperatore o il papa? Più di un secolo di contenzioso. Gregorio VII vinse la battaglia. Non completamente. Persino l’elezione del papa a volte ha richiesto l’approvazione dell’imperatore. E la politica di presentazione dei vescovi ci suona abbastanza familiare.
Alla caduta dell’Impero Romano, l’Europa era un mondo di villaggi e frazioni. Nel XII secolo sorgono le città. Ma già prima di allora era stata stabilita la regola che ogni cristiano dovesse recarsi dal proprio prete per confessare i propri peccati. Il papa, tramite i vescovi, aveva trasformato i preti di quelle parrocchie rurali in giudici delle loro comunità. Senza aver compiuto quest’obbligo, i fedeli non potevano partecipare alla comunione pasquale. Almeno una volta all’anno ogni cristiano doveva recarsi dal proprio parroco per confessare i propri peccati. Un efficace controllo della popolazione.
Gradualmente, secolo dopo secolo, i concili romani e gli altri sinodi regionali hanno insistito su questa direzione. Il Concilio di Trento ha raccolto i frutti della «Tradizione».
Il «forum» era il luogo in cui si celebrano i processi. Solitamente si trovava nel centro della città. Ora, in senso figurato, esistevano due fori: quello civile e quello ecclesiastico. Il vescovo, sotto il papa, deteneva il potere ecclesiastico nella sua diocesi e lo delegava ai suoi preti.
Non tutti i fedeli erano disposti a confessare le proprie debolezze al parroco e questa difficoltà fu alleviata dai monaci mendicanti. I fedeli potevano ora confessarsi a loro anziché al parroco. Ciò ridusse significativamente il controllo territoriale totale dell’istituzione ecclesiastica, in particolare l’influenza del parroco.
In definitiva, la storia della confessione auricolare mostra con evidenza come molte pratiche ecclesiastiche, pur prive di un fondamento diretto nei testi biblici o nella prassi delle prime comunità cristiane, si siano progressivamente consolidate attraverso dinamiche storiche, istituzionali e politiche. La trasformazione del prete in giudice delle coscienze, il controllo territoriale esercitato dalle parrocchie rurali e la codificazione normativa culminata nel Concilio di Trento rappresentano il risultato di un lungo processo di costruzione della Tradizione ecclesiastica più che l’attuazione di un comando evangelico originario. Comprendere questo percorso storico non significa necessariamente negare il valore spirituale che molti credenti attribuiscono ancora oggi alla confessione, ma permette di distinguere tra il messaggio essenziale del cristianesimo delle origini e gli sviluppi disciplinari successivi elaborati dall’istituzione ecclesiastica nel corso dei secoli.












