La Sicilia guarda al mare come a una risorsa vitale, ma anche come a una frontiera fragile. Con circa il 70% della popolazione concentrata lungo la fascia costiera, il rapporto tra terra e mare si rivela sempre più complesso e delicato. Non è solo una questione geografica, ma un equilibrio che coinvolge economia, ambiente e sicurezza. Ed è proprio da questa consapevolezza che prende forma il dibattito avviato a Ortigia, cuore storico di Siracusa, dove esperti, istituzioni e professionisti si sono riuniti per delineare nuove strategie di gestione del territorio costiero.
«Tra terra e mare esiste un limen, una soglia in cui si concentra tutto: persone, città, industrie e turismo, ma anche fragilità e pressioni ambientali», ha spiegato Patrizia Maiorca, presidente dell’Area Marina Protetta del Plemmirio.
Proprio questa concentrazione rende le coste particolarmente vulnerabili, imponendo una pianificazione capace di integrare esigenze economiche e tutela ambientale. Il convegno, promosso dall’Area Marina Protetta del Plemmirio insieme al Centro Nazionale di Studi Urbanistici e agli Ordini degli Ingegneri di Catania e Siracusa, ha messo in luce la necessità di un approccio interdisciplinare.
Secondo Mauro Scaccianoce, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Catania, è fondamentale «definire una gestione integrata della fascia costiera, capace di far dialogare economie, esigenze sociali e politiche di tutela», con l’obiettivo di rendere lo sviluppo più efficiente e sostenibile.

Il fenomeno non riguarda solo la Sicilia. Secondo dati Eurostat, circa la metà della popolazione europea vive entro 50 chilometri dalla costa. In Italia, i comuni litoranei rappresentano il 14% del territorio nazionale ma ospitano il 28,4% della popolazione. Una pressione demografica che si traduce in maggiore esposizione ai rischi ambientali, dall’erosione costiera all’innalzamento del livello del mare.
Un passo importante è stato compiuto il 2 gennaio 2026, quando l’Italia ha ratificato il Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere (ICZM) nell’ambito della Convenzione di Barcellona, entrato in vigore il 1° febbraio. Un quadro normativo che rafforza la cooperazione tra i Paesi del Mediterraneo e definisce linee guida comuni per la governance costiera. Parallelamente, il Piano del Mare 2023-2025 punta a coordinare le politiche nazionali attraverso una cabina di regia unica, in linea con gli indirizzi europei.
Nel suo intervento, il ministro Nello Musumeci ha sottolineato come «l’equilibrio tra terra e mare sia sempre più fragile», evidenziando i rischi legati al cambiamento climatico. Secondo la comunità scientifica, nei prossimi 70-80 anni alcune aree costiere potrebbero essere sommerse, rendendo necessario un approccio integrato che coinvolga anche l’entroterra. Tra le priorità indicate: monitoraggio costante delle coste, rafforzamento delle banche dati, tutela delle aree marine e strategie di adattamento infrastrutturale. Accanto agli aspetti tecnici, emerge con forza un elemento decisivo: il coinvolgimento delle comunità. «Il principale ostacolo è la diffidenza», ha evidenziato il ministro, sottolineando come nessuna politica possa essere efficace senza la partecipazione attiva dei territori. Da qui l’invito a rafforzare la collaborazione tra istituzioni, mondo scientifico e cittadini, trasformando il confronto in azioni concrete. Un processo che richiede ascolto, condivisione e una visione di lungo periodo.
Il convegno di Ortigia segna un passaggio importante verso una nuova consapevolezza: le coste non sono solo confini geografici, ma sistemi complessi che richiedono una gestione integrata e responsabile. In un’epoca segnata dai cambiamenti climatici, il futuro del Mediterraneo — e della Sicilia — dipenderà dalla capacità di coniugare sviluppo e tutela, pianificazione e partecipazione. Perché il mare, da sempre risorsa e identità, oggi chiede soprattutto equilibrio.














