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Assopire per conservare: religione, prosperità e silenzio profetico in America Latina – di José Carlos Enríquez Díaz

Nel corso dell’ultimo secolo l’America Latina è stata teatro di un fenomeno religioso complesso e contraddittorio. Mentre le lotte sociali rivendicavano giustizia, terra e dignità, si è verificato un processo inverso: non sono stati fondati sindacati, ma chiese. Le missioni religiose, molte delle quali finanziate dall’estero, sono arrivate con il discorso della «salvezza delle anime» piuttosto che con l’impegno a trasformare le strutture di ingiustizia. Invece di parlare di giustizia, si è parlato di peccato personale; invece di denunciare la povertà, si è offerta la promessa di prosperità individuale. Così si sono diffuse le mega-chiese e la teologia della prosperità, configurando una spiritualità che, anziché liberare, ha finito per addormentare i popoli.

In numerosi paesi latinoamericani, soprattutto a partire dagli anni ‘70, le chiese evangeliche e neo-pentecostali sono proliferate nella logica del successo spirituale e materiale. Il messaggio è stato semplificato: chi ha fede prospera, chi paga la decima sarà benedetto. Questa idea ha spostato la responsabilità del cambiamento sociale dalle strutture collettive all’individuo, facendo credere che la povertà sia una mancanza di fede. Tuttavia la Scrittura insegna il contrario: «Beati i poveri per lo spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Nel Vangelo la povertà non è una colpa, ma un luogo di incontro con Dio e un appello alla solidarietà.

L’espansione del protestantesimo evangelico in America Latina non può essere compresa senza analizzare il ruolo degli Stati Uniti. Dalla fine del XIX secolo e soprattutto durante la Guerra Fredda, Washington ha promosso attivamente la diffusione di chiese protestanti in tutto il continente come parte di una strategia geopolitica e culturale. Durante gli anni ‘50 e ‘60, in pieno scontro ideologico con il blocco sovietico, la Casa Bianca ha promosso missioni evangeliche con il pretesto della «difesa della libertà religiosa» contro il comunismo. In pratica, queste missioni sono servite a contrastare l’influenza della teologia della liberazione e dei movimenti sociali ispirati al Vangelo che denunciavano le dittature e il capitalismo dipendente.

Organizzazioni nordamericane come il «Summer Institute of Linguistics» (SIL), «World Vision» e diverse missioni pentecostali hanno ricevuto sostegno finanziario e politico per espandersi nelle regioni rurali e indigene. In molti casi queste istituzioni hanno sostituito il lavoro dei sindacati contadini o delle comunità ecclesiali di base, offrendo assistenza spirituale e materiale ma senza promuovere l’organizzazione o una coscienza critica. La strategia è stata chiara: sostituire la mobilitazione sociale con la devozione religiosa, l’analisi politica con la testimonianza personale e la denuncia del sistema con l’appello al pentimento individuale. Questo ha promosso un modello di cristianesimo apparentemente apolitico ma funzionale all’ordine imperiale, che rafforzava la stabilità dei regimi alleati degli Stati Uniti.

Non è un caso che durante le dittature militari dell’America meridionale e centrale. Cile, Argentina, Brasile, Guatemala, El Salvador, i governi autoritari abbiano tollerato o addirittura promosso le chiese evangeliche, mentre perseguitavano violentemente preti, teologi e comunità della teologia della liberazione.

In Guatemala, durante il governo del generale Efraín Ríos Montt (1982-1983), pastore evangelico formatosi nell’ambiente pentecostale, si verificò uno dei casi più emblematici. Il suo regime fu caratterizzato da una brutale repressione contro le comunità indigene e contadine, all’insegna della «salvezza nazionale». Nei suoi discorsi Ríos Montt sosteneva che il suo mandato fosse «volontà di Dio» e mescolava il linguaggio biblico con la retorica anticomunista promossa da Washington. In questo contesto la religione è servita da giustificazione morale per l’autoritarismo.  «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci» (2 Tm 4,3), un monito che si realizza quando la fede viene usata per legittimare l’ingiustizia.

Così il protestantesimo, finanziato e sostenuto dal Nord, ha svolto un ruolo strategico: mantenere la stabilità politica, neutralizzare l’organizzazione popolare e trasmettere l’egemonia culturale statunitense sotto la bandiera della fede.  La Bibbia è diventata strumento di pacificazione e copertura spirituale per un ordine economico diseguale.

Con la fine della Guerra Fredda, l’influenza nordamericana ha assunto una nuova forma: il neo-pentecostalismo mediatico e aziendale, portatore della teologia della prosperità. Questo movimento, originario degli Stati Uniti, si è diffuso massicciamente in tutta l’America Latina attraverso la televisione, la musica gospel e i modelli delle «chiese di crescita».  Il suo discorso è pienamente compatibile con la logica neoliberista: ogni credente è un «imprenditore spirituale» chiamato al successo attraverso la fede e l’impegno personale. La povertà non è più un problema strutturale e diventa un «fallimento individuale». La salvezza si misura dalla capacità di consumo e di accumulo materiale. Ma il Vangelo ammonisce: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano» (Mt 6,19). Questa teologia capovolge il significato biblico, presentando la ricchezza come segno di benedizione e la sofferenza come mancanza di fede.

L’esempio del Guatemala è ancora una volta esemplificativo. La «Chiesa Casa di Dio», guidata da Cash Luna, simboleggia la fusione tra religione e spettacolo. Con templi monumentali, tecnologie audiovisive avanzate e una struttura aziendale, promuove una spiritualità basata sulla ricompensa economica e sulla motivazione personale. Nei suoi sermoni la prosperità è presentata come una promessa divina immediata, svincolata da qualsiasi critica al sistema economico che produce disuguaglianza.

Chi ha fede prospera, chi paga la decima sarà benedettoIn parallelo, il caso del Brasile dimostra il consolidamento di questo modello. La «Chiesa Universale del Regno di Dio» (IURD) ha costruito un impero religioso e finanziario che include mezzi di comunicazione, banche e partiti politici. Il suo leader, Edir Macedo, ha apertamente sostenuto candidati conservatori e promosso una visione del mondo in cui la prosperità materiale è segno della grazia divina. In pratica, queste chiese funzionano come imprese religiose al servizio del sistema neoliberista, più interessate alla crescita economica che all’opzione preferenziale per i poveri. La contraddizione con il messaggio biblico è profonda. Gesù ha avvertito: «Non potete servire Dio e la ricchezza (Mt 6,24) e il libro degli Atti ci ricorda che i primi cristiani «avevano tutto in comune e nessuno era nel bisogno» (At 4,32-35). La comunità cristiana delle origini era un progetto di giustizia, non di competizione.

In contrasto con il cristianesimo trionfalista, i teologi latinoamericani della liberazione hanno sostenuto una fede impegnata a favore dei popoli oppressi.  Gustavo Gutiérrez ha parlato dell’«opzione preferenziale per i poveri» come esigenza evangelica, Jon Sobrino  ha identificato Cristo con i «popoli crocifissi» e Ignacio Ellacuría  ha invocato la «deposizione dalla croce dei crocifissi della storia». Tutti questi sono stati perseguitati o messi a tacere dalle dittature e dai poteri economici. Mentre le comunità ecclesiali di base promuovevano l’organizzazione popolare, l’alfabetizzazione e la solidarietà, le chiese della prosperità moltiplicavano campagne di fede televisive e conferenze motivazionali. La repressione dei movimenti sociali si è accompagnata a una spiritualità smobilitante, che ha sostituito la lotta per la giustizia con l’attesa di un miracolo.  «Avevo fame e non mi avete dato da mangiare, ero nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,42). Queste parole risuonano come una denuncia per una Chiesa che ha preferito la comodità all’impegno. Quando la fede diventa spettacolo e la povertà si spiritualizza, il cristianesimo perde la sua forza liberante e diventa oppio religioso, come denunciava la critica sociale.

Quando la Chiesa rimane in silenzio di fronte alla fame, non denuncia la corruzione e benedice il successo individuale in mezzo alla sofferenza collettiva, non è più voce profetica e diventa complice del potere. Questo silenzio ha generato sfiducia e risentimento in ampi settori popolari, che vedono le istituzioni religiose come un riflesso del sistema che li opprime. «Chi chiude l’orecchio al grido del povero, invocherà a sua volta e non otterrà risposta» (Pr 21,13). La sfida attuale è recuperare una fede liberatrice, capace di unire spiritualità e giustizia. Non si tratta di politicizzare la religione, ma di evangelizzare la politica, di tornare al messaggio centrale di Gesù: «Lo Spirito del Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4,18). Una Chiesa che non difende il povero e non denuncia l’ingiustizia, non segue più Cristo e passa a servire i potenti.

Recuperare il senso profetico significa rinunciare al comfort dello spettacolo e assumere il rischio della verità. Come ha scritto Ignacio Ellacuría poco prima del suo assassinio, «una fede che non rende giustizia non è una fede cristiana». Con le parole del Vangelo: «Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi» (Gv 8,32). Finché ci saranno chiese che preferiscono l’applauso all’impegno, la decima al servizio e il potere alla testimonianza, il popolo continuerà a cercare, con fame, con dolore e con speranza, una chiesa che parli con verità, che non tranquillizzi, ma liberi.

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Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli è docente di lettere classiche presso il Liceo “Alfonso Maria de’ Liguori” di Acerra (NA). È stato docente invitato di lingue classiche presso la PFTIM dell’Italia meridionale, sez. San Luigi. Traduttore e curatore di testi di Jacques Gaillot e José María Castillo, si occupa di animazione biblica in gruppi di base.

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