Una giornata aperta alla cittadinanza che unirà approfondimento, memoria e raccolta fondi, ma che rappresenterà soprattutto l’occasione per riflettere su quanto sia stato fatto e su quanto resti ancora da fare.
Per comprendere il valore di questo traguardo bisogna tornare al 2006. In quegli anni l’endometriosi era una parola quasi sconosciuta al grande pubblico. Molte donne convivevano per anni con sintomi invalidanti senza ricevere una diagnosi corretta, mentre il dolore veniva spesso banalizzato o considerato una conseguenza inevitabile del ciclo mestruale.
Fu proprio da questa consapevolezza che nacque l’A.P.E., fondata da un gruppo di pazienti volontarie decise a trasformare la propria esperienza personale in un progetto collettivo di informazione e supporto. Una scelta che, osservata oggi, appare quasi naturale. In realtà richiese coraggio, determinazione e una buona dose di ostinazione.
I risultati raggiunti in questi vent’anni raccontano una crescita costante. L’associazione ha organizzato oltre 1.600 incontri informativi in tutta Italia, formato 340 professionisti sanitari, coinvolto 350 istituti scolastici attraverso il progetto “ComprendEndo” e distribuito più di un milione e mezzo di opuscoli divulgativi.
Dietro questi numeri non ci sono semplici statistiche. Ci sono donne che hanno trovato ascolto, famiglie che hanno ricevuto informazioni corrette e operatori sanitari che hanno acquisito strumenti utili per riconoscere più rapidamente i segnali della malattia.
Perché il vero obiettivo dell’associazione è sempre stato uno: ridurre il ritardo diagnostico che ancora oggi, mediamente, oscilla tra i cinque e gli otto anni dall’insorgenza dei primi sintomi.
Parma occupa un posto speciale in questa storia. È qui che si sono svolti alcuni degli appuntamenti più significativi del percorso associativo. Dalla Pinacoteca Stuard, sede del primo incontro pubblico, fino al Congresso Nazionale del 2012 che riunì oltre trecento partecipanti tra specialisti, pazienti e cittadini, il territorio parmense ha accompagnato passo dopo passo la crescita dell’associazione.
Nel corso degli anni l’attività si è ampliata, affrontando temi sempre più articolati. Non soltanto diagnosi e trattamento dell’endometriosi, ma anche alimentazione, benessere psicologico, qualità della vita e sostegno alle pazienti. Aspetti che chi convive con una malattia cronica conosce bene e che troppo spesso restano ai margini del dibattito pubblico.
Tra le iniziative più significative promosse dall’A.P.E. emerge senza dubbio la formazione sanitaria. Un investimento che potrebbe sembrare meno visibile rispetto alle campagne di sensibilizzazione, ma che produce effetti reali, concreti e duraturi.
Dopotutto il primo professionista a cui una donna si rivolge quando qualcosa non va è quasi sempre il medico di medicina generale. Riconoscere precocemente i sintomi dell’endometriosi può fare la differenza tra una diagnosi tempestiva e anni di sofferenza, visite specialistiche e incertezze.

La celebrazione del ventennale si inserisce perfettamente in questo percorso. Il programma prevede un talk pubblico dal titolo “A.P.E. Vent’anni di consapevolezza. Da dove siamo partite, dove stiamo andando“, condotto da Francesca Strozzi e aperto gratuitamente alla cittadinanza. Seguiranno una mostra fotografica dedicata ai momenti più significativi della storia associativa e una “Charity Gala Dinner” il cui ricavato sarà destinato a finanziare un nuovo corso di aggiornamento per ginecologi, psicologi, psicoterapeuti e radiologi.
In altre parole, una festa che sceglie di trasformarsi in un investimento sul futuro.
L’endometriosi continua ancora a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di grande importanza che in Italia riguarda circa il 10% delle donne in età fertile.
La patologia può manifestarsi attraverso dolori mestruali particolarmente intensi, dolore pelvico cronico, disturbi intestinali, cistiti ricorrenti e difficoltà legate alla fertilità. Eppure, nonostante impatto profondo sulla qualità della vita delle donne, l’endometriosi resta, ancora troppo spesso, una malattia poco riconosciuta, sottovalutata e invisibile agli occhi della società.
Sebbene negli ultimi anni siano stati compiuti passi avanti rilevanti, restano aperte numerose questioni che richiedono attenzione e interventi concreti. Le tutele assistenziali risultano ancora insufficienti, i centri specializzati non sono distribuiti in modo uniforme sul territorio e molte pazienti incontrano difficoltà nel conciliare la malattia con la vita professionale.
Ecco perché i vent’anni dell’A.P.E. non rappresentano soltanto una ricorrenza associativa. Sono il simbolo di una battaglia culturale che continua. Una battaglia che punta a rendere visibile ciò che troppo spesso resta nascosto e che ricorda a tutti noi una verità semplice quanto fondamentale:
nessuna donna dovrebbe aspettare anni prima di ricevere una risposta al proprio dolore.
















