C’è qualcosa di paradossale nell’estate che ci stiamo lasciando alle spalle. È stata lunga, caldissima, insistente. Eppure, a molti, è sembrata più breve del solito. Non perché siano mancati i giorni sul calendario, ma perché sono mancate, in parte, le giornate da vivere. Quelle che un tempo associavamo all’estate: il mare senza dover fare i conti con le ore più pericolose, una passeggiata nel pomeriggio, una piazza affollata fino a sera, una giornata in spiaggia senza dover cercare continuamente riparo dal sole.
Abbiamo avuto un’estate, ma spesso abbiamo avuto soprattutto il caldo dell’estate.
E ora che Ferragosto si avvicina, arriva quasi una beffa: dopo una breve tregua temporalesca, il caldo tornerà a intensificarsi su tutta la Penisola per effetto dell’espansione dell’anticiclone subtropicale. Le temperature saliranno nuovamente, con picchi di 39 gradi a Roma e 38 gradi in numerose città del Centro-Nord e delle isole.
È una fotografia che dice molto più di una semplice previsione meteorologica. Per chi ha avuto la possibilità di partire, spesso la vacanza si è concentrata in una sola settimana (come accade già da qualche anno per numerose famiglie). Una parentesi da difendere e da assaporare prima di tornare alla normalità.
Per chi invece è rimasto in città, l’estate ha avuto un altro volto. Il mare, quando raggiungibile, non è stato sempre sinonimo di sollievo. Anche la spiaggia, che nell’immaginario collettivo dovrebbe rappresentare il rifugio naturale dalla calura, in alcune giornate è diventata un luogo nel quale cercare ombra, acqua e refrigerio più che divertimento. E così abbiamo finito per vivere un’estate con l’orologio in mano: uscire presto, rientrare nelle ore centrali, aspettare che il sole calasse. Abbiamo imparato a programmare persino il tempo libero sulla base delle temperature.
È forse questa la vera novità alla quale dovremmo prestare attenzione: non stiamo più soltanto vivendo estati più calde; stiamo modificando il nostro modo di vivere l’estate. A ricordarci che non siamo di fronte a un semplice disagio stagionale ci sono anche gli interventi che, da Nord a Sud, continuano a impegnare i vigili del Fuoco.
E ci sono gli ospedali, i pronto soccorso, gli anziani che hanno bisogno di cure urgenti, le persone più fragili per le quali una giornata di caldo estremo può trasformarsi rapidamente in un’emergenza.
Il caldo è democratico soltanto in apparenza. Colpisce tutti, ma non tutti allo stesso modo. C’è chi può rifugiarsi in una casa climatizzata, partire per qualche giorno, raggiungere il mare o la montagna. E c’è chi deve rimanere in un appartamento rovente, magari solo, magari in una città dove l’asfalto restituisce il calore accumulato durante il giorno.
Dietro ogni numero dei ricoveri e degli accessi ai pronto soccorso c’è una persona. E dietro ogni persona c’è una famiglia, un medico, un infermiere, un sistema sanitario chiamato a intervenire quando il caldo diventa emergenza. Quando una temperatura elevata comincia a riempire i pronto soccorso, non siamo più davanti soltanto a una questione meteorologica: siamo davanti a una questione sociale e sanitaria.
E come se non bastasse, questa estate si è incrociata con altre difficoltà. Il caro carburante, il costo delle vacanze, le spese quotidiane, una crisi economica che continua a pesare sulle famiglie. Anche partire è diventato, per molti, un esercizio di calcolo. Quanto costa arrivare al mare? Quanto costa dormire fuori? Quanto costa mangiare? Quanto costa una settimana di vacanza? E così anche il concetto stesso di ferie rischia di trasformarsi in un privilegio. Perché il problema non è soltanto quanto caldo farà, ma anche chi potrà permettersi di difendersi dal caldo.
Che estate ci aspetta domani? È proprio qui che dovrebbe cominciare la riflessione. Se ogni estate sarà più calda della precedente, se le ondate di calore saranno sempre più frequenti e persistenti, se le temperature estreme diventeranno una normalità alla quale adattarsi, dovremo necessariamente ripensare le nostre città, i nostri orari, i nostri sistemi sanitari, il modo in cui costruiamo le abitazioni e persino il modo in cui organizziamo il lavoro.
Ma soprattutto dovremo fare i conti con una domanda più grande: quale sarà il volto delle prossime stagioni?
Un clima che cambia modifica gli equilibri dell’autunno, altera l’inverno, anticipa la primavera. Cambiano l’agricoltura, l’acqua, i consumi energetici, il turismo, la salute. Cambiano persino le nostre aspettative. E potrebbe arrivare il momento in cui smetteremo di dire che una determinata estate è stata “eccezionale” e cominceremo a chiamarla semplicemente la nuova normalità.
L’estate più breve che abbiamo mai vissuto. Forse, allora, questa estate ci lascia proprio questa sensazione contraddittoria: è durata tanto, ma l’abbiamo vissuta poco. Abbiamo aspettato il tramonto per uscire. Abbiamo cercato l’ombra. Abbiamo acceso condizionatori e ventilatori. Abbiamo controllato le temperature prima di organizzare una giornata. Abbiamo rinunciato a qualcosa, rimandato qualcos’altro, cambiato programmi. Abbiamo trascorso una parte dell’estate cercando di proteggerci dall’estate.
L’estate italiana è stata per generazioni il tempo delle finestre aperte, delle sere in piazza, delle vacanze, delle spiagge, delle strade verso il mare. Oggi rischia di diventare il tempo delle allerte, dei bollini rossi, delle raccomandazioni agli anziani, dei pronto soccorso sotto pressione, delle partenze calcolate in base alle temperature. E se continueremo a trascorrere le estati cercando soprattutto di sopportare il caldo, il rischio è che un giorno ci accorgeremo di aver perso qualcosa di molto più importante della frescura: la possibilità di goderci una stagione che per generazioni abbiamo dato per scontata.














