L’immagine è quella di stabilimenti moderni, giardini curati e pannelli solari sui tetti. Una vetrina perfetta della sostenibilità globale. Ma dietro questa facciata “green” si nasconde una realtà molto più complessa, fatta di salari insufficienti, diritti limitati e condizioni di lavoro ancora precarie. È quanto emerge dal nuovo report di FAIR, realizzato insieme al Bangladesh Centre for Worker Solidarity e come riportato anche da un articolo pubblicato su Ambiente e non solo.
Il rapporto, “Fabbriche verdi, lavoro grigio”, analizza l’industria tessile del Bangladesh alla luce del concetto di “transizione giusta”, nato per conciliare sostenibilità ambientale e diritti dei lavoratori. Un equilibrio che, nei fatti, appare ancora lontano. Con circa 4 milioni di lavoratrici e lavoratori – in gran parte donne – e oltre quattromila fabbriche, il Bangladesh è oggi uno dei principali poli della fast fashion mondiale. Dal 2010 è il secondo esportatore globale di abbigliamento dopo la Cina, grazie a costi di produzione bassi e a una forte integrazione nelle catene internazionali.
Il Paese detiene anche un primato “verde”: è leader mondiale per numero di fabbriche certificate LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), con 248 stabilimenti riconosciuti per la sostenibilità degli edifici. Una certificazione spesso utilizzata dai grandi marchi per rafforzare la propria immagine ambientale. Ma, come evidenzia il report, sostenibilità edilizia non significa automaticamente giustizia sociale.
La ricerca, condotta tra il 2024 e il 2025, ha analizzato otto fabbriche LEED che producono per marchi internazionali come Benetton, H&M, Inditex (Zara) e Walmart. L’indagine ha cercato di capire se le politiche ambientali adottate siano davvero efficaci anche sul piano sociale. Il quadro che emerge è ambivalente. Da un lato, si registrano alcuni miglioramenti: ambienti più curati, spazi produttivi più puliti, pagamenti generalmente più puntuali e salari leggermente superiori al minimo legale. Dall’altro, però, questi progressi restano superficiali e non incidono sulle criticità strutturali del settore.
Tre i nodi principali evidenziati dal report, il primo riguarda le condizioni di lavoro: gli straordinari risultano sistematici e spesso non realmente volontari, mentre i ritmi produttivi restano elevati, accompagnati da pressioni psicologiche e, in alcuni casi, abusi verbali.
Il secondo nodo è l’assenza di rappresentanza: nelle fabbriche analizzate non sono presenti sindacati e i lavoratori non vengono coinvolti nei processi di certificazione. La paura di ritorsioni limita ulteriormente la possibilità di denuncia.
Infine, la questione della salute: nonostante impianti moderni, la manutenzione inadeguata espone i lavoratori a polveri tessili e temperature elevate. Lo stress termico, aggravato dalla crisi climatica, rappresenta un rischio crescente.
A tutto questo si aggiunge un dato significativo: il divario tra salario percepito e salario dignitoso è stimato intorno al 70%, rendendo difficile garantire condizioni di vita adeguate.
La sostenibilità, dunque, non può fermarsi alla superficie. Il caso del Bangladesh mostra come la transizione ecologica rischi di restare incompleta se non include anche diritti, partecipazione e dignità del lavoro. Senza questo equilibrio, il “verde” delle certificazioni rischia di restare solo un colore di facciata.













