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Femminicidi in Italia, perché alcune storie non fanno notizia

Lo dico senza giri di parole: in Italia non tutti i femminicidi pesano allo stesso modo nel discorso pubblico. Alcuni diventano icone, altri scivolano nella cronaca minuta, quella che si legge distrattamente e si dimentica in fretta. Il caso di Giulia Cecchettin ha impresso un cambio di passo – simbolico e narrativo – che ha spinto molti a guardare oltre il cliché del “raptus”. Eppure, nel 2024 oltre cento donne sono state uccise da partner o ex. Quante ricordiamo davvero per nome e cognome? Poche, pochissime. Le altre restano in coda, citate a novembre negli elenchi di rito e poi inghiottite dal silenzio.

Perché certe storie bucano lo schermo e riempiono i giornali e altre no? La risposta, spiacevole ma utile, arriva dagli studi sulla “notiziabilitàdell’Osservatorio di ricerca sul Femminicidio diretto da Pina Lalli. Funziona così: vince la cornice del giallo, con protagonisti giovani, una scomparsa, un’attesa carica di pathos e, alla fine, il colpo di scena. È la grammatica del thriller applicata alla violenza di genere. La vicenda Cecchettin, con i suoi elementi narrativi, è stata da manuale e ha trainato pagine e talk show; la maggior parte dei casi, invece, nasce e muore nelle colonne locali perché non possiede quella “cinetica” di racconto che i media inseguono per mestiere.

C’è però un elemento che ha spostato la conversazione: la voce di Elena, sorella di Giulia. Non ha lasciato che la vittima venisse inghiottita dal silenzio. Ha contestualizzato il fatto, ha chiamato in causa la responsabilità collettiva, ha ribaltato la narrazione dalla cronaca passionale alla denuncia sociale. L’effetto non è stato solo morale: nel 2024 le chiamate al 1522 sono cresciute di circa il 60%. Quando le parole riescono a nominare correttamente il problema, le persone chiedono aiuto. Sembra banale, ma non lo è!

Poi c’è l’altra metà del cielo, quello in ombra. Le storie di Maria Batista Ferreira, Joy Omoragbon, Ester Palmieri, Aneta Danelczyk, Li Xuemei e di tante altre non hanno avuto la stessa attenzione. E quando la notizia c’è, spesso è solo per l’efferatezza: trenta coltellate, una fucilata in pieno giorno. La crudeltà fa titolo, la vita spezzata, meno. È un pregiudizio di selezione che non possiamo più permetterci, perché normalizza la violenza “ordinaria” e spettacolarizza l’eccezione.

Un capitolo a parte meritano i cosiddetti geronto‑femminicidi. Qui la narrazione dominante, evocata dai media, è il “dramma della solitudine” o del caregiver esausto. Ma perché questa chiave interpretativa vale quasi sempre quando l’autore è un uomo, e quasi mai nel caso inverso? La risposta, ancora una volta, non sta nell’aneddoto, ma nella cultura: il rischio è che una cornice compassionevole diventi un alibi, spostando il fuoco dalle responsabilità individuali e sociali sulla fatalità.

Vale la pena ricordarlo anche a costo di sembrare pedanti, fino a pochi decenni fa esistevano lo ius corrigendi e il delitto d’onore; lo stupro è reato contro la persona solo dal 1996. La cornice legale oggi è cambiata, per fortuna, ma il senso di legittimazione non evapora per decreto. Sopravvive nelle reti informali e digitali dove l’odio si coagula, dalle community incel (comunità che fanno leva sulle emozioni personali del singolo e giustificano tutto immediatamente) al revenge porn di massa, fino a porzioni di attivismo maschilista organizzato. È un ecosistema che produce discorsi, normalizza la de-umanizzazione e alimenta la spirale della violenza. Ignorarlo significa raccontare soltanto la metà del film.

E i media? Fanno agenda, nel bene e nel male. Quando trasformano una vittima in un logo e, nello stesso contesto, danno visibilità a figure condannate per maltrattamenti (salvo poi correggere il tiro dopo le polemiche), il segnale che passa è dissonante. La reputazione istituzionale e culturale non si costruisce con le dediche, ma con la coerenza. Altrimenti anche la migliore intenzione si piega al marketing del dolore.

Da addetti ai lavori, non ci vogliamo limitare alla diagnosi, anzi proponiamo una check‑list essenziale per chi fa informazione:

  • Titoli senza alibi. Vietati “raptus”, “gelosia”, “non ce la faceva più”. Sono etichette che spostano il senso e de-responsabilizzano il colpevole.
  • Centralità della persona. Prima la vita, poi la dinamica. Biografie, relazioni, lavoro, comunità. Le vittime non sono comparse.
  • Contesto strutturale. Inserire dati e riferimenti a ambiente, cultura e servizi territoriali, non soltanto l’episodio isolato.
  • Fonti competenti. Centri antiviolenza, osservatori indipendenti, realtà come Femminicidio Italia, Non Una Di Meno e Associazione Dream Team – Donne in Rete che supportano e mappano casi e schemi.
  • Effetto telefono. Ogni pezzo dovrebbe contemplare numeri utili e percorsi di uscita dalla violenza. Non è “attivismo”, è deontologia minima.

La domanda finale è semplice, quasi spiazzante: a cosa serve raccontare i femminicidi? Se è intrattenimento macabro, abbiamo perso tutti. Se è un esercizio di responsabilità, riconoscerne la matrice culturale, nominare le asimmetrie di potere, mostrare le vie d’aiuto, allora la parola pubblica torna ad avere senso. Le storie che ricordiamo modellano il perimetro di ciò che riteniamo inaccettabile. Sta a noi, ogni giorno, decidere se alimentare l’archivio dell’orrore o costruire una memoria che possa proteggere le vite.

Centro antiviolenza “Dream Team – Donne in rete” – Scampia (Napoli)
327 542 3293

Reperibilità H24 dei 6 CAV della città di Napoli
350 974 2562

Anti Violenza e Stalking Nazionale
1522

Arma dei Carabinieri
112

Polizia di Stato
113

Pronto Soccorso
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Carlo Di Somma
Carlo Di Sommahttps://www.digipackline.it/
Nato a Napoli, sono un copywriter ed un professionista SEO curioso e creativo. Con la passione per l’innovazione digitale. Trasformo le sfide in opportunità grazie a strategie efficaci e soluzioni innovative. Sono alla costante ricerca di nuove conoscenze e mi considero un "eterno studente".

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