HomeLibri Arte e CulturaFrancesco Petrarca e i libri greci che non sapeva leggere

Francesco Petrarca e i libri greci che non sapeva leggere

Nel cuore dell’Umanesimo nascente, il poeta laureato custodiva manoscritti greci che non sapeva decifrare. Tra Avignone, Firenze e il Regno di Napoli nacque il lento ritorno della cultura greca in Occidente.

C’è un’immagine poco nota ma estremamente significativa di Francesco Petrarca: quella di un uomo circondato da libri che non può leggere. È un’immagine che sorprende, soprattutto se si considera che lo stesso Petrarca, nel 1341, aveva ricevuto a Roma la corona d’alloro poetica dopo essere stato esaminato a Napoli da Roberto d’Angiò, re colto e raffinato, noto come “il Saggio”.
Petrarca nutriva per lui una profonda ammirazione e ne riconosceva l’autorità culturale al punto da sottoporsi volontariamente al suo giudizio prima dell’incoronazione. Questo episodio non è soltanto un dettaglio biografico: indica con chiarezza il ruolo che il Regno di Napoli svolgeva nel Trecento come centro di elaborazione e legittimazione culturale, in grado di competere con le altre grandi aree della penisola.

Eppure, nel pieno della sua attività di riscoperta dei classici latini, Petrarca si trovava di fronte a un limite evidente. Entrato in possesso di manoscritti greci, probabilmente anche di Omero, li custodiva con cura ma non era in grado di leggerli. Il greco, nella cultura occidentale del tempo, era una lingua raramente conosciuta, e persino uno dei protagonisti dell’Umanesimo nascente si trovava davanti a quei testi come davanti a una barriera. Questa difficoltà non è marginale: mostra come il recupero dell’antichità fosse ancora incompleto e in gran parte circoscritto alla tradizione latina. Nel 1342, durante il soggiorno ad Avignone, Petrarca ebbe l’occasione di avvicinarsi a quel sapere che gli mancava grazie all’incontro con Barlaam di Seminara, un monaco originario della Calabria, territorio allora parte integrante del Regno di Napoli. Barlaam rappresentava un tipo di intellettuale che l’Italia centro-settentrionale raramente produceva in quel momento: un uomo capace di muoversi tra più tradizioni culturali e di padroneggiare una lingua ormai poco diffusa negli ambienti umanistici occidentali. Petrarca iniziò a prendere lezioni da lui, nel tentativo di accedere finalmente ai testi greci che tanto lo affascinavano.
Il tentativo, tuttavia, ebbe breve durata. Nello stesso anno, Barlaam fu nominato vescovo di Gerace e lasciò la corte papale, interrompendo il percorso di insegnamento. Petrarca rimase così con una conoscenza solo iniziale della lingua e con la consapevolezza di una distanza ancora difficile da colmare. Anche in questo episodio si coglie un elemento significativo: il sapere necessario a riaprire l’accesso ai testi greci non si trovava ancora stabilmente nei grandi centri dell’Italia comunale, ma giungeva attraverso figure provenienti da aree periferiche solo in apparenza, come l’Italia meridionale. Un passaggio ulteriore avvenne qualche anno più tardi grazie a Leonzio Pilato, anch’egli originario dell’Italia meridionale e legato allo stesso ambiente culturale di Barlaam. Fu Giovanni Boccaccio a intuire l’importanza di questa presenza e a ospitarlo a Firenze, dove lo spinse a tradurre Omero in latino. Il risultato furono versioni dell’Iliade e dell’Odissea estremamente letterali e poco eleganti, ma decisive: per la prima volta, gli intellettuali italiani poterono leggere, sia pure indirettamente, i grandi poemi greci. Anche Petrarca ebbe accesso a queste traduzioni, riducendo almeno in parte quella distanza che per anni aveva avvertito.

Nel loro insieme, questi episodi mostrano come il recupero della cultura greca nel Trecento non sia stato un processo lineare né interno ai soli centri più celebrati dell’Umanesimo. Al contrario, esso si costruì attraverso mediazioni, spostamenti e incontri che coinvolsero in modo significativo anche il Mezzogiorno. Il Regno di Napoli, con la sua articolazione culturale e la sua capacità di produrre o accogliere figure dotate di competenze rare, contribuì in maniera non secondaria a questa fase iniziale.

In questo senso, Petrarca rappresenta bene un momento di passaggio: è il grande interprete della classicità latina e colui che intuisce la necessità di recuperare anche il patrimonio greco, ma non dispone ancora pienamente degli strumenti per farlo. La sua difficoltà non è quindi un limite individuale, bensì il segno di una trasformazione in corso, alla quale contribuirono, in modo spesso sottovalutato, anche uomini e territori del Regno di Napoli.

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Roberto Cinquegrana
Roberto Cinquegrana
Roberto Cinquegrana è laureato in Storia presso l’Università di Firenze e ha conseguito un Master in Direzione e Gestione dei Musei. Studioso di Archeologia Classica, da oltre venticinque anni si occupa di divulgazione storica attraverso eventi, rievocazioni, convegni e attività didattiche, collaborando con istituzioni museali e parchi archeologici nazionali e internazionali, tra cui le Gallerie degli Uffizi, il Parco Archeologico di Pompei, Parco Archeologico dei Campi Flegrei ed il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. È istruttore di equitazione storica e autore di studi dedicati alla cultura equestre e alla storia militare.

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