La Francia ha scelto di percorrere una strada che, almeno finora, nessun altro Paese dell’Unione europea aveva ancora intrapreso. Il Parlamento ha approvato una legge che vieta ai minori di 15 anni l’accesso ai social network e che estende anche alle scuole superiori il divieto di utilizzare i telefoni cellulari durante l’attività didattica.
È una decisione destinata a far discutere, perché interviene su uno dei temi più delicati degli ultimi anni: il rapporto tra adolescenti, piattaforme digitali e tutela della salute psicologica. La domanda, però, è inevitabile. Un provvedimento di questo tipo produrrà effetti concreti oppure rischia di trasformarsi in una norma difficile, se non impossibile, da applicare?
Chi conosce anche solo superficialmente il funzionamento delle piattaforme digitali sa che impedire a un quattordicenne di aprire un profilo social non sarà semplice. La tecnologia offre già oggi diversi strumenti per aggirare i controlli e nessun sistema di verifica può essere considerato infallibile.
Non è un caso che la legge francese affidi alle piattaforme il compito di predisporre sistemi efficaci di accertamento dell’età, senza però imporre una specifica soluzione tecnica. Ed è proprio questo il punto più delicato dell’intera riforma.
Come verificare con certezza l’età degli utenti senza raccogliere una quantità eccessiva di dati personali? Come evitare che un sistema pensato per proteggere i minori finisca per trasformarsi in uno strumento di identificazione permanente? Sono interrogativi ai quali, almeno per il momento, non esiste ancora una risposta condivisa.
Tuttavia sarebbe riduttivo giudicare questa legge soltanto in base alla sua concreta applicabilità.
Esistono norme che, pur non essendo rispettate in ogni circostanza, contribuiscono a definire ciò che una società considera accettabile e ciò che ritiene potenzialmente dannoso.
Vale per molti ambiti della vita pubblica. Nessuno immagina di poter controllare ogni veicolo in circolazione, ciò nonostante i limiti di velocità continuano a rappresentare uno degli strumenti più efficaci per orientare i comportamenti collettivi.
Il divieto francese sembra muoversi nella stessa direzione.
Lo Stato non si limita a introdurre un vincolo giuridico, ma afferma un principio: l’accesso precoce ai social network può rappresentare un fattore di rischio per i minori e, per questo, merita una tutela specifica.
È un messaggio rivolto sia ai ragazzi, che alle famiglie, alla scuola ed alle stesse piattaforme digitali, chiamate ad assumersi una responsabilità che, finora, è rimasta spesso confinata alle dichiarazioni di principio.
La Francia è il primo Paese europeo ad aver approvato una misura di questo tipo, ma non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi anni è cresciuta la preoccupazione per gli effetti che un utilizzo intensivo dei social network può avere sui più giovani. Cyberbullismo, esposizione a contenuti violenti o inappropriati, meccanismi progettati per prolungare il tempo trascorso sulle piattaforme e fenomeni di dipendenza digitale sono ormai entrati stabilmente nel dibattito pubblico.
Anche altri Paesi europei stanno valutando interventi analoghi, mentre il Parlamento europeo ha già espresso l’orientamento a rafforzare la protezione dei minori nell’ambiente digitale. Il cambio di prospettiva è evidente. Per molti anni si è fatto affidamento soprattutto sull’autoregolamentazione delle grandi piattaforme tecnologiche. Oggi cresce invece la convinzione che, almeno quando sono coinvolti i minori, sia necessario un intervento più deciso delle istituzioni.
Nel nostro Paese il confronto è aperto da tempo, ma il percorso legislativo procede con estrema lentezza. Le proposte di legge presentate in Parlamento prevedono, con sfumature diverse, limiti simili a quelli introdotti in Francia. Per il momento, però, nessuna ha completato il proprio iter. Rimane quindi in vigore la disciplina attuale, che consente l’iscrizione autonoma ai social a partire dai 14 anni, mentre molte piattaforme continuano ad accettare utenti dai 13 anni basandosi, nella pratica, su una semplice autocertificazione della data di nascita.
L’Italia ha invece scelto di intervenire sul fronte scolastico, estendendo il divieto di utilizzo degli smartphone durante l’orario delle lezioni anche agli studenti delle scuole superiori. Una misura diversa, ma ispirata alla stessa esigenza di limitare la presenza costante dei dispositivi digitali nei contesti educativi.
L’approvazione della legge rappresenta soltanto il primo passo. La sua efficacia dipenderà dalla qualità dei sistemi di verifica dell’età, dalla capacità delle piattaforme di rispettare le nuove regole e, soprattutto, dalla collaborazione delle famiglie. Nessuna norma, infatti, può sostituire il ruolo educativo dei genitori né risolvere, da sola, un fenomeno che coinvolge aspetti tecnologici, culturali e sociali.
Resta però un dato difficilmente contestabile. Con questa scelta la Francia ha spostato il baricentro del dibattito europeo. Per la prima volta un grande Paese dell’Unione europea ha deciso che la tutela dei minori nello spazio digitale non può essere affidata esclusivamente alla buona volontà delle piattaforme o alla responsabilità delle famiglie.
Sarà il tempo a stabilire se questa legge riuscirà a raggiungere gli obiettivi prefissati. Il segnale politico, invece, è già chiaro: il rapporto tra adolescenti e social network non è più considerato una questione esclusivamente privata, ma un tema di interesse pubblico sul quale gli Stati ritengono di dover intervenire.












