La prima lettera che le ho scritto è stata in occasione della sua elezione. In quell’occasione le ho parlato con calore dell’urgenza di restituire alla donna il suo giusto posto nella storia della nostra Chiesa, usurpato fin dagli albori del cristianesimo. Oggi, con lo stesso amore per questa Chiesa, le scrivo per implorarle un gesto coraggioso, radicale e profondamente evangelico.
Ogni ora che passa, a Gaza, bambini e adulti muoiono più di fame che di armi. Migliaia di camion aspettano, carichi di cibo e acqua potabile. Chiedono solo di entrare e consegnare il carico che rappresenta la vita per centinaia di migliaia di esseri umani malnutriti e innocenti. Ma non viene permesso loro di passare.
Come diceva un medico: non si tratta più solo di fame. Si tratta delle conseguenze sulla salute fisica e mentale di un’intera generazione. Sono corpi e menti che, anche se sopravvivessero, non si riprenderebbero mai dai danni subiti.
E ora, come se non bastasse, stanno uccidendo i nostri fratelli e sorelle in fila per il cibo. Si può essere più machiavellici?
Non solo impediscono al cibo di entrare, ma trasformano anche il poco cibo rimasto in una trappola, una trappola per cui le persone mettono a rischio la vita dei propri figli. Questa trappola è stata progettata per ucciderli più velocemente e in numero maggiore.
I pochi medici che restano o che accorrono in loro aiuto, soffrono la stessa fame. La soffrono anche i giornalisti che, con più profezia e fedeltà delle Chiese, ci raccontano cosa sta succedendo. Lo fanno a rischio della loro vita e della loro salute, perché non possono tacere.
Cosa farebbe Gesù oggi, caro papa Leone? Gesù, palestinese ed ebreo, si metterebbe nella fila della fame. Non ne ho dubbi. Dove dovremmo metterci in fila noi, come suoi fratelli e sorelle?
Lei lo sa, perché Gesù ce lo ricorda nella parabola del Buon Samaritano (Lc 10, 25-37). È proprio il Samaritano che si ferma, che si prende cura dell’uomo ferito sul ciglio della strada, che lo prende in braccio e lo porta in un luogo sicuro, pagando le spese con i propri soldi.
I nostri fratelli a Gaza sono il corpo di Cristo, Santità. Sono il corpo spezzato dell’uomo che giace sul ciglio della nostra strada, che i preti e i chierici non dovrebbero evitare ancora una volta. Non quando l’urgenza è essere lì presenti, accanto alla sofferenza reale. Non quando sono in gioco le vite di centinaia di migliaia di fratelli e sorelle, di un intero popolo!
Per questo oso chiedere a lei, fratello Leone, insieme al resto dei porporati vestiti di rosso, di mettersi nella fila della fame a Gaza.
Che possano proteggere, con il peso della loro presenza visibile e il valore delle loro vite, coloro che non contano. Questo popolo che vogliono cancellare dalla mappa, come hanno cercato di fare anni fa con altri.
Non lasci che diventino vittime di ego che divideranno la storia in un prima e un dopo.
Potreste voi, chierici vestiti del colore rosso del martirio, diventare visibili lì, a nome di tutti noi che non possiamo farlo?
Fratello Leone, un gesto profetico forte – come quello della Chiesa che diventa visibile e vulnerabile a Gaza – potrebbe far sì che molte persone proverebbero di nuovo interesse per la comunità cristiana. Avrebbe un profondo impatto sulle coscienze e restituirebbe credibilità a coloro che sono chiamati a dare la vita per amore del prossimo.
A me ed a milioni di persone farebbe ritrovare la speranza per la Chiesa di Gesù.
Non bastano più i sermoni, le dichiarazioni e le manifestazioni per fermare la barbarie. Sono necessarie azioni radicali.
Ricordo come lo sciopero della fame di Gandhi abbia facilitato l’indipendenza dell’India. È stato un gesto di disobbedienza civile non violenta, ma profondamente trasformatore.
Sono circondata, fratello Leone, da persone che digiunano, manifestano, scrivono e pregano. Lo facciamo nella speranza di fermare questo olocausto.
Senza andare più lontano, questa sera stessa, in tutta l’isola di Maiorca in Spagna, in ogni città, paese, porto e villaggio, dalle 20.00 alle 22.00 la gente manifesterà in massa. Sarà una dimostrazione del nostro dolore e del nostro desiderio di un cessate il fuoco immediato.
Ieri pregavo con un video girato nel Regno Unito. In esso un’intera popolazione legge a turno, senza interruzione, anche di notte, i nomi delle migliaia di bambini assassinati a Gaza. Nome dopo nome, con le lacrime e un nodo alla gola, la gente continua a leggere, piangendo per questa piccola generazione spazzata via.
I bambini del futuro di Gaza non ci sono più. Sono stati cancellati dall’esistenza. Le loro madri, se sopravvivono, continuano a stare ai piedi della croce, eretta dall’odio, guardando come la fame, la sete e l’abbandono continuano a crocifiggere i nostri fratelli e sorelle.
Mi strazia ascoltare la loro preghiera ad Allah. Quella che avrebbe potuto essere una lode, da troppo tempo continua ad essere un lamento. È il suono di un dolore soffocato dalla mancanza di forza, dalla malnutrizione prolungata e dall’impotenza più assoluta.
Questa terra che vogliono distruggere ed espropriare per trasformarla in un enorme località, unitamente al mare di Gesù e Maria Maddalena, è un luogo sacro. È il luogo in cui tanti, all’inizio, hanno sentito il suo invito a seguirlo.
Veramente non possiamo davvero fare di più per Gaza, fratello Leone?
Noi non possiamo andare fisicamente a Gaza, ma voi, pastori rivestiti di rosso, potete farlo a nome di tutta la Chiesa. Questo gesto sarebbe Vangelo vivo.
Oggi, nostri fratelli e sorelle dipendono da nostri gesti radicali per sopravvivere e sentirsi sostenuti.
Grazie ancora per aver accettato il suo ministero. Questo è davvero un momento decisivo che richiede tutto l’amore e la forza del Vangelo.















