Succede nell’Area Marina Protetta della Gaiola, il più piccolo parco marino d’Italia. Quarantuno ettari appena, incastonati tra Nisida e Marechiaro, che custodiscono un patrimonio naturalistico e archeologico unico nel Mediterraneo. Ville romane sommerse, pareti tufacee scolpite dal vento, banchi di coralligeno, tane di pesci e una biodiversità che negli ultimi vent’anni aveva finalmente mostrato importanti segnali di ripresa.
Eppure oggi, sotto quella stessa acqua, si sta accumulando qualcosa che assomiglia sempre meno a un ecosistema marino e sempre più a una discarica sommersa.
I pochi pescatori della zona raccontano di reti ormai inutilizzabili dopo le mareggiate, piene di assorbenti, salviette igieniche e residui fognari. Non plastica dispersa genericamente in mare, ma materiali provenienti direttamente dagli scarichi urbani.
La parte più impressionante emerge però durante le immersioni dei biologi marini. Smuovendo appena il sedimento del fondale appare un tappeto compatto di rifiuti sedimentati che, coprirebbe circa 7.000 metri quadrati.
Non si tratta soltanto di sporcizia visibile. Il problema reale è molto più subdolo.
Al microscopio quei materiali mostrano una struttura fatta di microfilamenti plastici intrecciati tra loro. Masse aggregate di rifiuti fognari, le cosiddette MARF, che si depositano sui coralli, soffocano il substrato, occupano le tane dei pesci e alterano profondamente l’equilibrio biologico dell’area marina protetta.
Dietro tutto questo ci sarebbe soprattutto lo scolmatore di Coroglio, una condotta che entra in funzione durante le piogge intense quando il sistema fognario non riesce più a sostenere il volume delle acque reflue. In quei momenti una miscela di acque nere e piovane viene scaricata direttamente in mare.
Le immagini, registrate da esperti e comuni cittadini, negli ultimi mesi parlano da sole. Chiazze marroni, schiume, odori nauseanti e reflui che si espandono nel Golfo di Napoli per centinaia di metri. Una situazione resa ancora più critica dall’aumento degli eventi meteorologici estremi, sempre più frequenti anche nel nostro Mediterraneo.
E qui emerge il vero paradosso. La Gaiola rappresenta uno degli ultimi polmoni biologici del mare napoletano. Un’area che negli anni aveva favorito il ripopolamento ittico e la ricostruzione di habitat delicatissimi. Secondo gli esperti, proprio grazie alla protezione ambientale, molte specie avevano ripreso a riprodursi stabilmente in questa zona del Golfo.
Ma oggi il rischio non riguarda soltanto la biodiversità. Il professor Giovanni Russo, ordinario di Ecologia Marina all’Università Parthenope, lancia un allarme estremamente chiaro: il problema invisibile è rappresentato dagli xenobiotici, sostanze tossiche quali metalli pesanti, PCB e idrocarburi policiclici aromatici che possono accumularsi nella catena alimentare marina.
Tradotto in termini molto concreti significa una cosa sola: pesci, molluschi e frutti di mare rischiano di diventare vettori di contaminazione. Ed è impossibile non collegare questo scenario all’aumento dei casi di epatite A registrati negli ultimi mesi a Napoli.
Anche se di questo collegamento assolutamente non esistono prove.
Comunque, secondo i dati pubblici dei nosocomi napoletani, si sarebbe arrivati a circa 180 ricoveri, un numero dieci volte superiore rispetto alla media degli ultimi anni ed una delle possibili cause individuate riguarda proprio il consumo di frutti di mare contaminati.
Nel frattempo continua anche la pesca illegale dei ricci di mare, specie fondamentale per l’equilibrio dell’ecosistema costiero e già fortemente compromessa dall’inquinamento e dalla pressione antropica. Tutto questo nonostante gli innegabili sforzi degli organismi preposti al controllo.
La sensazione è che Napoli stia vivendo una contraddizione ormai cronica. Da una parte si celebrano il mare, il paesaggio e la biodiversità del Golfo. Dall’altra si continua a considerare sacrificabili proprio le aree più fragili e preziose.
E questo, forse, è l’aspetto più amaro della vicenda.
Perché la Gaiola non è soltanto un problema ambientale. È il simbolo di un rapporto irrisolto tra città, infrastrutture e territorio. Un luogo straordinario che il resto del mondo ci invidia e che noi, troppo spesso, continuiamo a trattare come se fosse eterno.
Ma il mare non è eterno e soprattutto non è infinito!












