Ecco perché il dibattito sull’uso della parola “genocidio” non può ridursi a una mera disputa sul significato o sulla interpretazione del termine, ma serve a capire se e come l’uso di questa parola possa avere conseguenze concrete.
In Israele, ONG come B’Tselem hanno deciso di definire genocidio quello che accade a Gaza, basandosi su ricerche e testimonianze dirette. Intendiamoci, non è un atto simbolico, anzi, significa sfidare una narrazione dominante che vede la forza militare come l’unica via di sicurezza.
Anche scrittori israeliani di fama internazionale, come David Grossman, hanno rotto il silenzio: “Con immenso dolore devo constatare ciò che sta accadendo davanti ai miei occhi. Genocidio.”
È certo che queste prese di posizione non cambieranno l’opinione di chi nega, ma possono aprire spazi di discussione dove prima c’era solo un muro. In contesti chiusi e polarizzati, ogni crepa può diventare una breccia.
Da noi, in Occidente, il dibattito segue un copione già noto. Da una parte c’è chi vede Israele come uno Stato criminale fin dalla nascita, dall’altra chi lo difende a priori, scaricando ogni responsabilità su Hamas. Nel mezzo ci sarebbero mille sfumature, ma la discussione pubblica tende a ridurre tutto a un “o con me o contro di me”.
C’è poi la narrazione negazionista: ogni numero sarebbe gonfiato, ogni foto è propaganda, ogni testimonianza è manipolata. In questa logica, discutere di genocidio diventa impossibile, perché si parte dal presupposto che i fatti non esistano o che siano tutti falsi.
Ma cosa ci dicono la storia e il diritto. Il termine “genocidio” non è un insulto, è definito dal diritto internazionale come l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, attraverso atti come le uccisioni di massa, la creazione di condizioni di vita insostenibili, l’impedimento delle nascite e i trasferimenti forzati.
Quindi, non basta contare le vittime ma bisogna provare l’intenzione di distruggere quel gruppo. È un lavoro complesso, che spetta a storici e giuristi e richiede tempo e prove solide.
Parlando di giuristi, va ricordato poi che la Corte Internazionale di Giustizia giudica gli Stati, mentre la Corte Penale Internazionale processa gli individui. Sono due strumenti molto diversi, con tempi e limiti che spesso deludono le aspettative di chi vorrebbe una risposta immediata.
In sintesi, la domanda centrale che ci dobbiamo porre è: le scelte del governo israeliano e della sua catena di comando hanno accettato come “costo previsto” la morte massiccia di civili? Se le conseguenze sono prevedibili e si ripetono, non si può più parlare di semplici “effetti collaterali”. In quel momento diventano una strategia. E se questa strategia punta anche a svuotare un territorio della sua popolazione, il confine tra pulizia etnica e genocidio diventa sottile e drammaticamente rilevante.
Comunque, anche se domani mattina un tribunale internazionale definisse ufficialmente come genocidio ciò che accade a Gaza, la realtà sul terreno cambierebbe ben poco. Ma, le parole contano ed influenzano la diplomazia, possono aprire corridoi umanitari, spingere a sanzioni e, soprattutto, fissare una memoria storica.
Se il dibattito resta solo una gara di definizioni, è qualcosa di inutilmente sterile. Se invece diventa un appello a pressioni diplomatiche concrete, monitoraggi indipendenti e raccolta di prove per futuri processi, allora può avere un senso reale.
Bisogna uscire dalla gabbia del “pro” o “contro”. non serve tifare per una parte. Serve un metodo che, verifichi le fonti, ascolti più versioni, distingua tra fatti e opinioni. Ed avere il coraggio di usare la parola giusta quando i fatti lo richiedono, sapendo che non è una bacchetta magica ma un passo necessario.
Rimanere intrappolati nel rumore di fondo significa abdicare alla responsabilità di capire e agire e, in un mondo dove ogni tragedia rischia di diventare lo sfondo abituale, questa responsabilità è l’unico vero antidoto all’indifferenza.









