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Gli uomini violenti possono essere aiutati? A Napoli nasce un centro per la riabilitazione psicologica

Si chiama "CUAV" Centro per Uomini Autori o potenziali autori di Violenza ed è operativo al Centro direzionale di Napoli. Abbiamo intervistato la coordinatrice e psicologa Eleonora Capuozzo per comprendere meglio come andare alla radice del problema e quali sono le cause scatenanti di comportamenti violenti che spesso si trasformano in tragedie

Da luglio 2025 è operativo al Centro direzionale un CUAV, centro per la riabilitazione degli autori di violenza. A gennaio 2026 il centro che è sotto la direzione di una psicologa del lavoro, la Dr.ssa Eleonora Capuozzo, ha in carico già decine di casi affidati dai servizi sociali e dalla autorità giudiziaria. La Capuozzo proviene dal mondo aziendale ed ha maturato una enorme esperienza consulenziale nell’industria IT e nel mondo aeroportuale italiano dove è nota ai sindacati per aver introdotto un protocollo di prevenzione delle aggressioni sui luoghi di lavoro in ben sette aeroporti italiani.

Il CUAV in questione è parte della Sezione Napoli Porto del Centro Antiviolenza Margherita ODV, la cui sede centrale nasce a Reggio Calabria, ed offre un percorso di riabilitazione del maltrattante che verte sui principi di un metodo di riabilitazione psicologica di tipo psicosomatico strutturale. Il metodo psicosomatico strutturale si colloca all’interno della corrente psicologica di matrice fenomenologico esistenziale. E’ stato fortemente voluto dalla Capuozzo come metodo riabilitativo che connoti l’esperienza napoletana di gestione del CUAV.

Dr.ssa Capuozzo ci spieghi con parole semplici in cosa consiste il vostro metodo riabilitativo degli autori di violenza.
Posso sinteticamente dire che questo Metodo inquadra i fenomeni relazionali, come quello della violenza di genere, intrafamiliare e la violenza sociale, a partire dal contesto socio culturale di provenienza dei soggetti coinvolti. Ciascun contesto socio culturale è portatore di specifici valori, di regole di funzionamento relazionale e sociale, e definisce quali caratteristiche debba possedere una famiglia ed una coppia cosiddetta normale, una donna ed un uomo normali, ovvero funzionali al loro contesto sociale. Quando noi correggiamo comportamenti che definiamo patologici perché contrari alle regole di civile convivenza che esistono a livello giuridico nel nostro paese, ci riferiamo, pur non sempre esplicitandole, alle caratteristiche che debba avere un soggetto cosiddetto normale, una famiglia cosiddetta normale, sana, funzionale, una coppia sana.’ – spiega la Capuozzo.

A molti sembra scontato che in psicologia si abbia una precisa idea di cosa sia un uomo sano, o di cosa sia una coppia o una famiglia sana, ma a quanto pare non è così!
Molti modelli di psicologia riabilitativa lavorano su un modello negativo, ovvero definiscono sano chi non presenta sintomi ascrivibili ad una diagnosi psichiatrica. Ma questo è riduttivo e, dal nostro punto di vista, totalmente insufficiente nel discorso della correzione di comportamenti e relazioni di coppia e familiari violenti.
Per Freud, l’uomo sano è colui che ha raggiunto un buon equilibrio tra le istanze psichiche — Es, Io e il Super-Io — e riesce a vivere in modo realistico e soddisfacente, accettando le proprie pulsioni senza esserne schiavo. Freud riassume questo ideale nel celebre motto: “Là dove era l’Es, deve subentrare l’Io.”. Ovvero, la salute consiste nella conquista della consapevolezza e dell’autonomia interiore.
Per Freud, un individuo sano è “capace di amare e lavorare” (“lieben und arbeiten”). Anna Freud amplia la prospettiva: la salute si misura nella forza dell’Io, nella capacità di adattarsi alla realtà (quindi se la realta’ impone con norme giuridiche, consuetudini della comunita’, che sia reato la violenza verbale nelle relazioni, un soggetto sano deve adattarsi a questo contesto e il suo linguaggio non puo’ essere violento). L’uomo sano tollera le frustrazioni e mantiene coesione interna anche di fronte alle difficoltà. Anche sotto stress, una persona sana non reagisce con la violenza. Controlla la sua rabbia, la sua frustrazione.

Anche nel modello psicosomatico strutturale è sano chi riesce a stare nelle regole della comunità ovvero del contesto storico sociale in cui vive. Per esempio, nell’odierno contesto giuridico italiano, è considerato un reato maltrattare fisicamente un partner nella coppia, maltrattare i minori. Ed è a questa e ad altre regole che l’uomo che voglia rimanere nella funzionalità sociale deve adattarsi. E il linguaggio assume molta importanza. Non è possibile pensare di essere offensivi nella coppia. Questo deriva da precise norme giuridiche che puniscono anche le vessazioni psicologiche derivanti da un linguaggio violento.

Quale e’ la differenza sostanziale tra questo modello e le formulazioni psicoanalitiche?

Il nostro Modello non ritiene che la sublimazione della pulsione sia la base per l’adattamento al legame sociale. Qui la differenza sostanziale dalla psicoanalisi. Questo modello ha come orizzonte di senso il costrutto di intersoggettività, che allarga di molto il piano di comprensione della straordinaria complessità del comportamento umano. Per ora possiamo dire che io sono sano in quanto soggetto capace di stare nella mia posizione soggettiva e salire in una dimensione più alta di sintesi intersoggettiva con l’altro che determina una relazione di crescita. Una relazione in cui entrambi si sentono bene, appagati, felici. Nel modello psicosomatico strutturale, il comportamento violento è considerato patologico NON solo perché contrario alle regole giuridiche di uno specifico contesto sociale in cui vive il soggetto maltrattante, ma anche per l’idea di uomo psicologicamente sano proposto da tale modello. Ovvero quello che l’agito comportamentale violento, che è diventato automatico poiché non passa per una mediazione mentale consapevole delle emozioni, delle motivazioni e delle scelte che lo determinano, è espressione di psicopatologia.

E quindi chi è l’uomo sano, che caratteristiche ha?
L’uomo sano è consapevole delle sue emozioni, le modula attraverso una riflessione su se stesso e non le agisce col comportamento istintivo di attacco o fuga. Questa formula è diversa dalla formula di matrice psicodinamica. Nel modello psicosomatico strutturale, lo schiaffo è sia patologico perché le regole di un determinato contesto socio culturale dispongono che non sia possibile offendere fisicamente un interlocutore, sia perché tale schiaffo per rabbia, per esempio, è un’azione che sostituisce una emozione non integrata nel mentale del soggetto. E’ una azione spontanea, una risposta automatica, che non è mediata da un riflessione su se stessi. Il modello riabilitativo che applichiamo nel CUAV del Centro Antiviolenza Margherita, non è, quindi, un corso di buone maniere nella coppia e nella famiglia oppure un corso che sintetizzi le regole del codice penale che definisce quali comportamenti siano reato nel nostro contesto.

Noi possiamo spiegare ad un uomo o una donna violenta di non picchiare i figli o il partner, perché è un reato nel nostro contesto giudiziario, ma questo tipo di insegnamento non è sufficiente a riabilitare. Il modello psicosomatico strutturale lavora su vari livelli per fasi, per far sì che il soggetto risponda alle regole dei legami sociali funzionali. Durante le sedute offerte presso le sedi del nostro CAV, il cliente, che nel contesto della di coppia o sociale agiva in maniera violenta, è spinto ad una riflessione approfondita dei suoi comportamenti, ed in particolar modo i racconti sugli agiti violenti vengono collegati ad uno stato emotivo cosiddetto di base. Vengono analizzate le discriminanti somatiche di tale stato emotivo di base attraverso una analisi del linguaggio corporeo ed in particolar modo del distretto facciale che lo psicologo osserva durante la seduta. Anche la postura, i movimenti del soggetto e la qualità della respirazione vengono analizzati e messi in relazione allo stato emotivo di base.
L’utente viene inoltre attentamente valutato rispetto al grado di sviluppo dei quattro linguaggi di comunicazione, ovvero il linguaggio corporeo, emotivo, fantastico ed infine il linguaggio razionale. Successivamente si lavora sui linguaggi che il cliente ha sviluppato di meno con la finalità di potenziarli ed in tal modo rendere la comunicazione del cliente più efficace. Il soggetto anziché reagire a livello del sé spontaneo, inizia a riflettere sulle situazioni e sulle sue reazioni emotive, e si chiede, per esempio: Perché sono estremamente geloso/a? Perché desidero controllare? Perché in questa situazione sento la voglia di dare uno schiaffo? Cosa provo emotivamente quando sono geloso? Sono spaventato, arrabbiato, triste? Come sta il mio corpo adesso? Dove sento tensioni nel corpo? Cosa dicono queste tensioni corporee del mio stato emotivo?

Il soggetto in questo processo sostituisce all’agito (cosiddetto acting out) un processo di riflessione su se stesso a partire dallo stato somatico ed emotivo che blocca l’agito spontaneo violento (dunque a partire dalla propriocezione), che gli impedisce di gettare un oggetto contro il partner, o i figli, per esempio, o non lo fa urlare terrorizzando i familiari. Lentamente tutti i comportamenti del soggetto passano per il sé riflesso e si instaurano nuove modalità comportamentali funzionali.

Nella fase intermedia del percorso riabilitativo psicologico, dunque, ci si concentra sulla integrazione dei linguaggi. Questa consente di capire in che modo la manifestazione comportamentale violenta si traduca in uno schema che collega pensieri, fantasie, sogni, esperienze somatiche ed emozioni del soggetto in questione. Si arriva ad una messa in evidenza di schemi che caratterizzano quel determinato soggetto, si arriva ad analizzare delle regole di funzionamento. Analizzarle, e poiché disfunzionali, sostituirle con regole funzionali ad una relazione di crescita, ed è qui che il costrutto di intersoggettività ritorna come orizzonte di senso del modello psicosomatico strutturale.

Attraverso l’integrazione dei linguaggi, il cliente riduce drasticamente la manifestazione comportamentale violenta ponendola come si dice in gergo sotto soglia, ovvero ad un livello di risposta emotiva fisiologica, tollerabile per se stesso e per l’ambiente. Con questo tipo di lavoro psicologico, le emozioni trovano un canale di espressione integrato e libero. Il soggetto impara a dire al partner ‘Sono arrabbiato con te per questo determinato motivo’. Ed a chiedere al partner un suo contributo all’analisi della situazione. L’intersoggettività è quindi un costrutto che crede possibile che tra le persone possa esserci un confronto pacato sulla lettura delle situazioni importanti, e trovare un accordo, una visione comune, in cui entrambi crescano come esseri umani. Oppure, ove non sia possibile arrivare ad una visione comune, rispettare la differenza di visioni soggettive sul problema e rimanere in relazione attraverso un rispettoso silenzio.

Questo processo che stiamo descrivendo è un processo di apprendimento continuo fondato su relazioni di crescita. Io e te cresciamo come persone attraverso la relazione, cioè attraverso un pacato ed approfondito confronto sulle questioni importanti della vita.

Perche’ le donne che denunciano poi ritirano la denuncia, o vanno a trovare in carcere il marito abusante?
La coppia, come la famiglia è, come dimostra la psicologia clinica, un fenomeno molto complesso dove entrambi nella coppia e tutti nella famiglia concorrono alla formazione di fenomeni patologici. Sono sistemi che possono essere sani o patologici. Nella coppia anche l’abusato ha scelto di rimanere in quella posizione disfunzionale alla sua crescita psicologica e disfunzionale alla relazione con l’altro. Lo vediamo appunto continuamente che le donne abusate, dopo aver denunciato, ritirano la denuncia, e in carcere vanno a trovare il partner e pregano l’avvocato di farlo uscire. E’ chiaro che l’abusato concorre al fenomeno patologico. Il maltrattato ha un ardente desiderio di essere abbracciato da chi lo aveva colpito con violenza. Possiamo parlare di ruoli reciproci. Il modello della terapia cognitiva analitica di Ryle and Kerr li ha descritti in modo molto puntuale. Il modello psicoanalitico freudiano, fa riferimento al masochismo ed alla coppia sado-masochista. Capiamo bene che in psicologia il concetto che siano entrambi i soggetti a mantenere in piedi regole di funzionamento patologico basate sulla violenza e’ assodato da tempo. E qui ritorniamo al protocollo riabilitativo che lavora anche sulle regole di funzionamento della coppia e non solo del singolo, e sulle regole di funzionamento della famiglia di provenienza del maltrattante, dal momento che e’ nella famiglia di provenienza che si apprendono le regole di funzionamento relazionale e sociale.

Il vostro CUAV offre anche l’orientamento al lavoro, come mai?
Da psicologo aziendale ritengo che nel contesto del lavoro il soggetto si esercita ad essere funzionale socialmente e la stabilita’ di lavoro concorre alla stabilita’ emotiva. Quindi noi includiamo nel percorso riabilitativo quasi sempre anche una fase di orientamento al lavoro.

Quali sono i tempi di riabilitazione?
Le disposizioni per pena sospesa sono di 6 mesi di riabilitazione due volte a settimana. Dobbiamo chiederci, sono 6 mesi un tempo sufficiente a riabilitare? Quasi sempre non lo sono. Ma rappresentano un buon inizio, una apertura al discorso riabilitativo di lungo periodo, che il soggetto, conclusi i 6 mesi obbligatori, può scegliere liberamente di continuare.

Nel centro possono essere assistiti solo uomini?
Anche donne! Ad oggi non ne abbiamo in riabilitazione, ma non escludo che arrivino. Ma voglio spendere qualche parola sulla sigla CUAV, Centro per UOMINI autori di violenza. Questa sigla è imprecisa poiché intanto, appunto, nei CUAV possono essere trattate anche le donne violente. Ma, a mio avviso, questa sigla sintetizza un fenomeno, la criminalizzazione di genere sui mass media e nel linguaggio comune. Circola questo pensiero che gli uomini siano soggetti ad una cultura machista, patriarcale, che è tramontata da qualche secolo, e lo hanno ribadito alcuni intellettuali in televisione, senza successo. Il fenomeno del femminicidio non è frutto della cultura patriarcale. Questo collegamento è un’invenzione di cronaca nera. Si tratta di un fenomeno che si presenta all’interno di una assenza di un modello familiare in sostituzione del tramontato modello patriarcale ed all’interno di un contesto socio economico che mantiene in piedi un mercato del lavoro anti familiare. Il mercato del lavoro che è anti familiare, costringendo il nucleo familiare alla pressione di una cronica instabilità, non consente alcuna seria programmazione sul futuro di una coppia e di una famiglia, non protegge la donna lavoratrice vulnerabile nel momento in cui mette al mondo un bambino. La cronica instabilità sociale determina uno stress psicologico elevato sui singoli componenti del gruppo famiglia. Sfalda i legami sociali. Se non ci sono asili nidi o il tempo pieno alle elementari, se le scuole pubbliche chiudono 3 mesi e mezzo in estate, questi elementi concreti e determinati da decisioni politiche scellerate, costringono la donna ad una prolungata assenza dal mercato del lavoro ed una conseguente impossibilità di rientrarvi cresciuta la prole e ad una inevitabile dipendenza da un marito e/o dalle famiglie di origine della coppia. I centri antiviolenza e le case rifugio sono finanziati poco e male. Una donna che ha capito che voglia separarsi da un uomo violento, dove va in Italia, senza lavoro e senza sostegno economico? Ed un uomo violento o una donna violenta per effetto di turbe psichiatriche in Italia non riescono a ricevere alcun aiuto psicoterapico nei centri di igiene mentale, dove per lo piu’ vengono dispensati farmaci, ma i farmaci non sono sufficienti a curare e la psicoterapia ha tempi lunghi. Lo Stato non vuole finanziare la presa in carico lunga di un percorso psicoterapico individuale. Questo è un problema noto a chi lavora in psichiatria, dove si punta quasi sempre e solo al farmaco, ma il farmaco tampona e non risolve il problema. La banalizzazione mediatica sul femminicidio oscura le responsabilità politiche sul fenomeno della violenza di genere. Assistiamo attraverso il linguaggio mediatico ad una sorta di ideologia della coppia come fenomeno relazionale cristallizzato, come se nella coppia esista chi solo comanda, chi solo abusa e chi solo obbedisce e chi solo subisce. Non è cosi, sappiamo benissimo che non è cosi banale la questione e ho tentato di ripercorrere nel mio ragionamento la questione attorno alla necessità di offrire percorsi che riguardino la dimensione relazionale del fenomeno della violenza e di pensarli in un quadro politico che sia chiamato ad una responsabilità sulla tenuta sociale.

Come ci si rivolge al vostro CUAV?
Abbiamo una pagina web che fornisce le indicazioni, www.inseduta.com/cuav. Ad ogni buon conto basta telefonare o inviare una PEC al CUAV per avere precise istruzioni per la presa in carico.

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Paolo Papa
Paolo Papa
Medico Chirurgo Odontoiatra, appassionato di musica e giornalismo cofondatore della terza Radio Privata Napoletana (1976/81). Impegnato da sempre nel sociale sia personalmente che attraverso la professione medica. Convinto ambientalista ed ecologista, da sempre vicino al mondo del giornalismo e dello spettacolo con partecipazioni in RAI, Radio Odissea, Tv private, Emozionart e numerose esperienze di Associazionismo (Rinascita Artistica del Mezzogiorno, Meetup Na2, Giovani del Sud, Ambiente Mare Italia ..).

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