È in questi vuoti che la società civile trova la forza di muoversi. La Global Sumud Flotilla nasce esattamente da qui: una flotta fragile di piccole imbarcazioni che diventa, per forza di cose, un enorme atto politico.
Non c’è nulla di ingenuo in questa iniziativa. Gli organizzatori e i partecipanti sanno benissimo che le probabilità di arrivare fino a Gaza sono minime. Ma il punto non è arrivare: è partire. È mostrare al mondo che, di fronte a un genocidio, non ci si può limitare a scrollare le spalle.
La parola “Sumud” in lingua araba significa resistenza, resilienza, fermezza. È un termine che nasce proprio dalla cultura palestinese e che racconta una postura esistenziale: rimanere radicati nella propria terra, nella propria identità, anche quando tutto intorno sembra congiurare per cancellarla. Non è solo un concetto politico, ma un modo di vivere. E oggi diventa il cuore simbolico di una flotta internazionale che prende il nome proprio da questo principio.
La Global Sumud Flotilla non spunta dal nulla. È il frutto di oltre quindici anni di tentativi. Basti ricordare la Freedom Flotilla del 2010 e il tragico assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara, in cui persero la vita ben nove attivisti. O, più di recente, la Global March to Gaza e le carovane del Sumud Nusantara, partite dal Sud-est asiatico con il sostegno di governi come quello malese. Tutte esperienze che, pur ostacolate dalla forza militare israeliana, hanno lasciato un’eredità: reti internazionali, connessioni tra movimenti, un capitale umano che oggi trova nuova linfa nella Sumud Flotilla.
Genova, Barcellona, Tunisi: i porti diventano piazze ed il Mediterraneo si è trasformato in un palcoscenico politico. Da Genova, con oltre 40mila persone riunite al porto in una mobilitazione che ricordava i giorni del G8, a Barcellona, che ha visto migliaia di cittadini stringersi attorno agli attivisti in partenza. Nei prossimi giorni altre imbarcazioni salperanno da Tunisi e dalla Sicilia, confermando che il mare non è solo una linea di separazione, ma uno spazio comune da attraversare insieme. È qui che si vede la forza di una mobilitazione dal basso: nessuna bandiera di governo, nessun interesse strategico, solo la spinta collettiva di comunità che hanno deciso di non restare indifferenti.
La Sumud Flotilla è composta da alcune decine di imbarcazioni a vela e da diporto, spesso poco più che barche private, adattate allo scopo. Una flotta di barche piccole, ma dalle idee enormi. A bordo, tonnellate di aiuti umanitari: medicine, cibo, beni di prima necessità. Tutto reso possibile da oltre due milioni di euro raccolti grazie a circa 30mila donatori. Non è tanto il carico materiale a fare la differenza, benché fondamentale, quanto il carico simbolico: decine di bandiere diverse che sventolano insieme, in rappresentanza di 44 Paesi.
A salire sulle barche non sono solo attivisti veterani. Ci sono volti noti come Greta Thunberg, che da tempo ha intrecciato la sua battaglia per il clima con quella per i diritti umani, l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau, e l’attivista brasiliano Thiago Avila. Ci sono parlamentari europei e italiani – Arturo Scotto, Marco Croatti, Benedetta Scuderi, Annalisa Corrado, assieme a medici, avvocati, sindacalisti, studenti. È un mosaico di esperienze e competenze che rende difficile liquidare questa iniziativa come un gesto di ingenuità.
Se il mare è il fronte principale, la terra non resta ferma a guardare. Cortei, concerti e prese di posizione pubbliche accompagnano la Flotilla. Alla Mostra del Cinema di Venezia, oltre 10mila persone hanno sfilato per puntare i riflettori sul genocidio in corso. Artisti come Zerocalcare, Fiorella Mannoia, i Subsonica, attori come Alessandro Gassmann e persino personalità internazionali come Susan Sarandon hanno espresso sostegno. È quella che potremmo chiamare una “scorta culturale”, una rete diffusa che amplifica il messaggio delle barche.
Tra le imbarcazioni c’è anche la Life Support di EMERGENCY, solitamente impegnata nel soccorso ai migranti. In questo caso, la nave avrà un ruolo diverso: osservatore indipendente e supporto medico. Un presidio che aggiunge legittimità e protezione all’iniziativa, ma che è anche un segnale politico: laddove i governi restano fermi, le ONG continuano a muoversi, prendendosi responsabilità che le istituzioni avrebbero dovuto assumere da tempo.
Al centro di tutto, ovviamente, c’è Gaza. Secondo l’Integrated Food Security Phase Classification, oltre 640mila persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare catastrofica. Più di un terzo della popolazione trascorre giorni senza cibo, con bambini gravemente malnutriti e donne incinte a rischio. In alcuni casi, gli adulti saltano i pasti per nutrire i figli. I dati più recenti parlano di 43mila bambini a rischio morte per malnutrizione acuta entro il 2026. Numeri che fanno tremare, ma che da soli non spiegano la disperazione: quella la si capisce solo ascoltando chi a Gaza vive, e racconta di genitori costretti a scegliere chi, tra i figli, potrà mangiare.
Il governo israeliano non ha lasciato margini di ambiguità. Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha definito gli attivisti “terroristi” e ha già predisposto piani per arresti e detenzioni prolungate. I precedenti sono noti: dal 2008 a oggi, quasi tutte le imbarcazioni dirette a Gaza sono state intercettate, spesso in acque internazionali, con uso della forza. La Mavi Marmara resta il caso più drammatico, ma non l’unico. Chi parte sa benissimo che il rischio è concreto, eppure parte lo stesso!
Gli attivisti hanno ricevuto un addestramento specifico. Le regole sono semplici: non reagire, non parlare, non compiere gesti improvvisi. Rispondere solo a domande dirette, mantenere sempre la calma. È un codice di autodisciplina che ha un obiettivo chiaro: mantenere la protesta sul terreno della resistenza nonviolenta. Una scelta che evidenzia il divario tra la vulnerabilità dei partecipanti e la sproporzione della risposta militare israeliana.
La Global Sumud Flotilla non è solo un convoglio di aiuti. È un atto d’accusa contro l’inerzia dei governi. Gli Stati Uniti continuano a giustificare Israele, l’Unione Europea si limita a dichiarazioni di circostanza, i Paesi arabi oscillano tra indignazione verbale e pragmatismo. Nel vuoto delle istituzioni, i cittadini si muovono. E lo fanno sapendo che, anche se la Flotilla verrà fermata, il messaggio sarà comunque arrivato: non si può restare in silenzio di fronte a uno sterminio.
La Global Sumud Flotilla è come una piazza che si sposta sul Mediterraneo. Non sappiamo se arriverà a Gaza, ma sappiamo che per il solo fatto di aver preso il largo rappresenta già una vittoria simbolica. Il Mediterraneo, troppo spesso ridotto a confine o a tomba di migranti, diventa uno spazio politico. E la solidarietà, parola spesso abusata, qui torna a essere azione concreta. Forse è questa la lezione più importante: quando chi ha il potere resta immobile, sono i cittadini a muoversi.
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Altre imbarcazioni saranno aggiunte man mano che si uniranno alla Global Sumud Flotilla.


















