La parola è pesante. Caporalato. Non irregolarità. Non criticità operative. Non opacità di gestione. Caporalato! Una parola che di solito associamo alle campagne, ai ghetti, alla raccolta stagionale nelle nostre campagne. Vederla entrare, con naturalezza quasi brutale, nel lessico della gig economy fa un certo effetto. Eppure è esattamente questo il perimetro entro cui la Procura di Milano ha collocato il caso Foodinho Srl, la società italiana che gestisce Glovo, disponendone il controllo giudiziario e ipotizzando un sistema di sfruttamento fondato sullo stato di bisogno dei lavoratori.
La reazione istintiva è semplice e, diciamolo, anche gratificante: “chiudiamoli”. Funziona bene sui social, funziona nei titoli, funziona persino nelle conversazioni al bar. Poi però, quando l’adrenalina dell’indignazione scende, resta una domanda che non è altrettanto virale ma che è decisiva: se domani quel modello si spegne, quei lavoratori dove vanno?
Qui vale la pena di essere estremamente precisi, perché il caso non è soltanto giudiziario. Parliamo di migliaia di persone, geolocalizzate, misurate, valutate da un sistema di gestione algoritmica. Pagate a consegna, spesso con importi che oscillano attorno ai 2,50 euro o poco più, con turni lunghi e logoranti, in strada con pioggia, freddo o caldo, traffico e pressione costante.
Ora, io non demonizzo la tecnologia, anzi! Ho sempre pensato che il problema non sia l’algoritmo in sé, ma l’uso che se ne fa. Il punto è che, quando un algoritmo decide di fatto la quantità di lavoro assegnato, condiziona il reddito e introduce penalizzazioni implicite, si entra in una zona grigia molto precisa: quella di una forma di collaborazione lavorativa in cui il committente organizza unilateralmente le modalità, i tempi ed i luoghi di esecuzione della prestazione, pur senza un formale vincolo di subordinazione (etero-organizzazione). I rider, formalmente “autonomi”, sostanzialmente sono governati da metriche e regole non negoziabili.
Nel materiale raccolto dalla Procura emergono dinamiche tipiche di un potere direttivo travestito da efficienza di piattaforma: se rallenti, perdi priorità; se rifiuti, scendi in graduatoria; se non sei performante, rischi di restare fuori dal flusso. Non serve urlare “subordinazione” per capire che l’autonomia qui è spesso una formula contrattuale più che una realtà.
I numeri riportati sono quelli che fanno saltare sulla sedia anche chi è abituato a leggere bilanci e tabelle. La Procura contesta retribuzioni, in alcuni casi, minori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto alla contrattazione collettiva. Nel decreto si parla di circa 2.000 rider a Milano e 40.000 in tutta Italia.
E qui entra in gioco un concetto che nel marketing digitale è chiamato “race to the bottom/corsa al ribasso”, ma che nell’ambito del lavoro è semplicemente il “dumping/lo scarico”. Se il vantaggio competitivo di una piattaforma dipende dal comprimere il costo del lavoro, scaricando sui rider il rischio d’impresa, allora la competizione non premia chi innova. Premia chi taglia più in basso e più in basso di tutti ci sono soltanto i rider.
E c’è un’altra distorsione, ancora più subdola: la remunerazione riconosce solo il tempo della consegna e ignora quello di attesa. In pratica, il tempo morto diventa una tassa pagata dal lavoratore. Volendo si può anche chiamare flessibilità, ma il risultato è che la volatilità della domanda non l’assorbe l’azienda. L’assorbe chi pedala, corre in scooter o persino in macchina, prendendosene anche tutti i rischi.
Torniamo alla domanda che tutti preferiremmo evitare. Se Glovo chiude, non si creano automaticamente “contratti migliori”. Si crea, nel migliore dei casi un vuoto e, nel peggiore dei casi uno spostamento verso il lavoro nero.
Se poi guardiamo ai corrieri, molti rider sono lavoratori migranti, spesso con barriere linguistiche, qualifiche non riconosciute e accesso limitato ai canali di collocamento tradizionali. Per una parte abbastanza significativa, la piattaforma non è un secondo reddito ma è l’unico punto di ingresso nel mercato del lavoro legale.
E allora, sì, che 2,50 euro a consegna sono un compenso indegno. Però se l’alternativa concreta è zero, o una logistica abusiva, o l’intermediazione criminale, si capisce che l’indignazione, il “chiudiamoli tutti” rischia di essere una scorciatoia morale che lascia intatto il problema strutturale.
No, non è la “gig economy”, l’economia dei lavoretti, che ha creato la vulnerabilità. L’ha trovata e ci ha costruito sopra un modello. La differenza è enorme, perché cambia l’eventuale soluzione. Se vogliamo credere che il problema sia solo la piattaforma, la soluzione è semplice, basta spegnerla. Se capiamo che il problema è a monte, allora bisogna intervenire su integrazione, formazione, rigidità del mercato del lavoro e protezioni minime universali.
Il controllo giudiziario, realizzato dalla Procura di Milano, almeno sulla carta, non è un interruttore che spegne l’impresa. Anzi, è uno strumento che mira a riportare la legalità ed a prevenire il ripetersi di condizioni di grave sfruttamento. È una soluzione di contenimento, non una demolizione.
Sul fronte sindacale, la discussione torna sempre lì: ricondurre questi rapporti ad un perimetro di tutele reali, superare il cottimo puro e smontare il finto lavoro autonomo. Sullo sfondo c’è il recepimento della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme, indicato come snodo che sarà approvata entro la fine del 2026. Quel passaggio, se fatto bene, potrà diventare un punto di svolta. Se fatto male, si potrà trasformare nell’ennesimo “aggiustamento” che lascia tutto com’è, solo con più burocrazia.
Vi dico cosa penso, senza alcuna retorica. In un Paese ricco, come il nostro, il fatto che decine di migliaia di persone considerino quella paga la loro migliore opzione è un fallimento collettivo. Non solo di un’azienda, non solo di un’app. Ma è un fallimento del sistema che protegge chi è già dentro al mercato del lavoro e abbandona chi resta fuori.
Se vogliamo uscire da questa spirale, servono misure concrete: salari minimi effettivi per il lavoro di piattaforma, contabilizzazione dell’attesa, coperture su sicurezza e infortuni, trasparenza della gestione algoritmica, percorsi seri di integrazione linguistica e professionale. È tutto meno semplicistico di “chiudiamoli”, lo so. Però è l’unica strada che, tra dieci anni, potrà produrre un mercato più giusto e anche più stabile.
Il resto è indignarsi il lunedì e ordinare il martedì. Non perché siamo ipocriti, ma perché il sistema è progettato per farci sfogare su di un solo cattivo, evitando di guardare al meccanismo che ha reso tutto ciò inevitabile.
















