HomeSportTragedia di Superga, il giorno in cui il calcio italiano perse la sua squadra più grande

Tragedia di Superga, il giorno in cui il calcio italiano perse la sua squadra più grande

Ci sono pagine della storia sportiva che non appartengono soltanto agli almanacchi del calcio, ma alla memoria civile di un intero Paese. La tragedia di Superga è una di queste.

E non solo perché il 4 maggio 1949 scomparve il Grande Torino, la squadra che più di ogni altra aveva imposto il proprio dominio tecnico, tattico e simbolico nel calcio italiano del dopoguerra. Il punto è un altro, ed a mio avviso va detto con chiarezza: quel giorno il calcio smise, per un momento, di essere soltanto sport. Diventò lutto collettivo, trauma nazionale, frattura storica.

Alle 17:03 il Fiat G.212CP delle Avio Linee Italiane, di ritorno da Lisbona, si schiantò contro un terrapieno posto dietro la Basilica di Superga. A bordo c’erano 31 persone, tra calciatori, dirigenti, tecnici, giornalisti e membri dell’equipaggio.

Non si salvò nessuno!

Per capire davvero la portata di quella tragedia bisogna però fare un passo indietro. Il Grande Torino non era semplicemente una squadra vincente. Era la squadra italiana per eccellenza di quegli anni, vincitrice di cinque scudetti consecutivi, con l’interruzione forzata dovuta alla guerra e rappresentava l’ossatura quasi completa della Nazionale di calcio. In pratica, quando giocava il Torino, giocava già una parte decisiva dell’Italia calcistica.

C’era poi un altro aspetto, spesso citato ma non sempre messo bene a fuoco. Quella squadra incarnava una modernità calcistica sorprendente per l’epoca. Intensità, qualità tecnica, automatismi, personalità. Basti pensare al “quarto d’ora granata”, la celebre accelerazione emotiva e agonistica che spesso ribaltava le partite, con Valentino Mazzola a ripiegarsi le maniche come segnale rivolto ai compagni ed al pubblico. Ecco, il Grande Torino era questo: talento, struttura, leadership, identità.

La trasferta in Portogallo nacque da un rapporto di stima e amicizia tra Valentino Mazzola e Francisco Ferreira, capitano del Benfica. L’amichevole di Lisbona venne organizzata per aiutare economicamente Ferreira, e il Torino ottenne dalla Federazione l’anticipo della partita di campionato con l’Inter al 30 aprile, così da poter partire. È uno di quei dettagli che cambiano il modo in cui si legge la vicenda: non un viaggio esotico, non una tournée promozionale nel senso contemporaneo del termine, ma un gesto di solidarietà sportiva tra campioni di alto profilo.

Il 3 maggio 1949, allo stadio nazionale di Jamor, davanti a circa 40 mila spettatori, il Benfica vinse 4-3. Per i Toro segnarono Ossola, Bongiorni e Menti. La partita fu vera, ma lo spirito fu quello dell’omaggio, dell’amicizia, della celebrazione. E in fondo è proprio questo che rende ancora più crudele il seguito. Il giorno dopo, quella che doveva essere una normale operazione di rientro si trasformò in una catastrofe.

Il trimotore partì da Lisbona alle 9:40 del 4 maggio, effettuò uno scalo tecnico a Barcellona e riprese quindi la rotta verso Torino – Aeritalia. Le condizioni atmosferiche sul capoluogo piemontese, però, erano pessime. Alle 16:55 la torre comunicò ai piloti la situazione meteo: nubi bassissime, scrosci di pioggia, forti raffiche di libeccio e visibilità ridotta a circa 40 metri. Pochi minuti dopo, alle 16:59, arrivò l’ultimo messaggio dall’aereo: “Quota 2.000 metri. QDM su Pino, poi tagliamo su Superga”. È una frase entrata nella storia dell’aviazione italiana. Ed è anche una frase che, letta oggi, restituisce tutta la drammaticità di un avvicinamento condotto in condizioni limite.

L’ipotesi più accreditata chiama in causa una combinazione di fattori. Da un lato il forte vento al traverso, che avrebbe potuto causare una deriva verso destra durante la virata necessaria per allinearsi con la pista dell’Aeritalia. Dall’altro, un possibile malfunzionamento dell’altimetro, rimasto bloccato sui 2.000 metri, mentre l’aereo si trovava in realtà molto più vicino al suolo, intorno ai 600 metri. In termini moderni parleremmo di una catena di errori o di una concatenazione di criticità: condizioni ambientali avverse, strumentazione inaffidabile, navigazione complessa, margine operativo ridotto quasi a zero.

Alle 17:03 il velivolo impattò contro il muraglione posteriore della Basilica di Superga a circa 180 chilometri orari. Dai rilievi sul relitto non emersero tentativi di evitare l’impatto né manovre evasive significative. Alle 17:05 la torre di Aeritalia cercò di ristabilire il contatto radio. Senza risposta. È uno scarto di due minuti che, da solo, racconta la velocità con cui tutto si consumò.

Il Grande Torino - 6 maggio 1949 il giorno dei funerali
Il Grande Torino – 6 maggio 1949 il giorno dei funerali.

Le vittime furono 31. Morirono tutti i giocatori del Torino presenti alla trasferta, tra cui Bacigalupo, Maroso, Loik, Menti, Gabetto e Valentino Mazzola, insieme ai tecnici Egri Erbstein e Leslie Levesley, ai dirigenti, al massaggiatore Ottavio Cortina, ai tre giornalisti Renato Casalbore, Luigi Cavallero e Renato Tosatti, oltre all’intero equipaggio. Il riconoscimento delle salme fu affidato a Vittorio Pozzo. E già solo questo dettaglio, per chi ricorda il calcio di quegli anni, ha una forza quasi insostenibile.

La reazione della città e del Paese fu enorme. La camera ardente venne allestita a Palazzo Madama. I funerali del 6 maggio 1949 videro una partecipazione popolare impressionante, stimata tra il mezzo milione e oltre 600 mila persone. C’erano rappresentanze di squadre italiane e straniere, il presidente della FIGC Ottorino Barassi, esponenti del governo. Torino si fermò. L’Italia pure. E forse non è nemmeno corretto parlare solo di dolore sportivo, perché si trattò di un lutto pubblico di scala nazionale.

Le conseguenze furono immediate e profondissime. Il Torino concluse il campionato con la formazione giovanile, mentre per rispetto anche le altre squadre schierarono i propri ragazzi nelle ultime giornate. Lo scudetto fu assegnato ai granata, il quinto consecutivo. Ma fu, com’è facile intuire, un titolo dal sapore amarissimo. L’impatto emotivo fu talmente forte che l’anno successivo la Nazionale italiana preferì raggiungere i Mondiali in Brasile in nave, rinunciando all’aereo. Una scelta che oggi può sembrare quasi simbolica, ma che all’epoca fu la misura esatta di un trauma non ancora elaborato.

E allora sì, a distanza di tanti anni Superga resta un luogo della memoria, ma anche una lezione. Sulla fragilità della grandezza, anzitutto. E poi sul fatto che dietro ogni mito sportivo ci sono uomini, corpi, errori, contesti, tecnologia, casualità. Il Grande Torino è diventato leggenda perché era straordinario in campo. Ma è diventato anche coscienza collettiva perché la sua fine, improvvisa e assurda, ha segnato per sempre il linguaggio emotivo del calcio italiano. Ed è per questo che il 4 maggio non si ricorda soltanto una squadra. Si ricorda un pezzo di identità nazionale.

4 maggio 1949 il giorno della tragedia del Grande Torino
4 maggio 1949 il giorno della tragedia del Grande Torino
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Carlo Di Somma
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