La guerra sembra non avere più confini precisi. Non soltanto quelli geografici, ma anche quelli che separavano un conflitto militare da una crisi diplomatica, un atto di deterrenza da un’aggressione, una guerra combattuta sul campo da una guerra fatta di droni, sabotaggi, cyberattacchi e pressione economica. È questa la nuova realtà con cui l’Europa è costretta a confrontarsi, mentre sul fronte russo-ucraino il linguaggio delle minacce si fa sempre più duro e, contemporaneamente, nel Mar Rosso cresce la tensione intorno allo stretto di Bab el-Mandeb.
La guerra in Ucraina non è più soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev. Il coinvolgimento europeo è diventato progressivamente più importante sul piano politico, economico e militare, mentre Bruxelles denuncia una crescita delle azioni ibride attribuite alla Russia. Droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi e attacchi informatici rappresentano una nuova frontiera del confronto. Il problema è che la guerra ibrida vive proprio in quella zona grigia che precede il conflitto aperto: non sempre è possibile stabilire dove finisca la provocazione e dove inizi l’aggressione.
Anche il linguaggio delle parti si è fatto più duro. Mosca accusa sempre più apertamente i governi europei di essere coinvolti nel conflitto; dall’altra parte le istituzioni europee parlano di una minaccia crescente alla sicurezza del continente. Il rischio più concreto potrebbe non essere una decisione deliberata di trasformare la guerra in Ucraina in uno scontro diretto tra Russia e NATO, ma l’incidente: un drone oltre un confine, un aereo militare coinvolto in un episodio controverso, un sabotaggio o un attacco informatico capace di provocare una risposta e, subito dopo, una contro-risposta.
Mentre l’Europa guarda a Est, a Sud si apre però un altro fronte strategico. Il Mar Rosso e soprattutto Bab el-Mandeb sono diventati un punto critico per il commercio internazionale. Gli Houthi hanno dimostrato di poter mettere sotto pressione il traffico marittimo e, anche senza un vero e proprio blocco dello stretto, la minaccia alle navi è sufficiente a modificare le rotte commerciali, aumentando tempi, assicurazioni e costi.
La crisi coinvolge sempre più direttamente anche l’Arabia Saudita e gli interessi occidentali presenti nella regione. E l’Italia non è spettatrice. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha disposto l’attivazione della Marina Militare per predisporre quanto necessario alla protezione del traffico italiano attraverso Bab el-Mandeb, mentre il nostro Paese partecipa alla missione europea Aspides. Ancora più significativo è stato il recente attacco alla base saudita di Ta’if, nel quale è stato danneggiato un Eurofighter italiano. Nessun militare italiano è rimasto coinvolto, ma l’episodio dimostra quanto rapidamente una crisi regionale possa arrivare a interessare direttamente il nostro Paese.
E poi c’è l’economia. È forse questo il punto nel quale una guerra lontana diventa improvvisamente vicina. Quando vengono minacciate le rotte energetiche e commerciali, il prezzo del petrolio e delle altre materie prime può aumentare, e l’effetto si trasferisce sui trasporti, sull’energia, sulla produzione industriale e, alla fine, sulla spesa quotidiana delle famiglie. L’aumento delle quotazioni delle materie prime energetiche si trasferisce sui prezzi al consumo e condiziona negativamente consumi e investimenti. Anche l’inflazione può quindi tornare a crescere, soprattutto quando l’energia diventa più costosa. Questo significa che la guerra può entrare direttamente nella busta paga degli italiani, riducendone il potere d’acquisto. E se famiglie e imprese devono destinare una parte crescente delle proprie risorse all’energia e ai beni essenziali, diminuiscono le risorse disponibili per consumi, investimenti e crescita. Una situazione prolungata può frenare l’economia, alimentare l’inflazione e avvicinare il rischio di una fase recessiva, soprattutto per le famiglie con redditi più bassi.
È questa forse la domanda più difficile che dovremmo porci. Quanto è realmente lontana una guerra quando comincia a incidere sul costo della benzina, sulle bollette, sul prezzo del pane e sulla spesa del supermercato? Dobbiamo semplicemente imparare a consumare meno energia e prepararci a una fase economica più difficile? Oppure dobbiamo cominciare a pensare anche alla possibilità di avere in casa una piccola riserva di beni essenziali, soprattutto alimentari?
Non significa alimentare il panico o invitare all’accaparramento. Significa interrogarsi sulla nostra vulnerabilità. Perché se la guerra ibrida può trasformarsi in guerra aperta e se una crisi lontana può modificare il prezzo dell’energia e riempire meno il carrello della spesa, allora la distanza tra i fronti di guerra e la vita quotidiana degli italiani è ormai molto più breve di quanto siamo disposti a pensare.















