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Hiroshima e Nagasaki ottant’anni dopo, un monito che chiede responsabilità

Ci sono ricorrenze che non si limitano al rituale della memoria. Hiroshima e Nagasaki appartengono a questa categoria scomoda, perché ti costringono a guardare il Novecento dritto negli occhi, senza veli.

Nel suo messaggio per l’ottantesimo anniversario, il Presidente Sergio Mattarella ha usato parole nette: l’uso, o anche la sola minaccia d’uso, di armi nucleari è un crimine contro l’umanità; la Repubblica Italiana ribadisce l’obiettivo di un mondo libero da ordigni atomici, valorizzando gli organismi internazionali di controllo. E ha richiamato una verità semplice quanto dura da accettare per chi ragiona in termini di potenza: nessuna guerra nucleare può essere combattuta o vinta senza mettere a rischio la vita sul pianeta.

Non è retorica. È analisi di rischio. Le esplosioni del 1945 disintegrarono in un istante interi quartieri, lasciando dietro di sé decine di migliaia di morti, in gran parte civili, e una scia tossica che ha segnato generazioni di “hibakusha” (i sopravvissuti ad un’esplosione). Quel lampo non si è esaurito nel cielo del Giappone; è rimasto sospeso sopra le nostre teste, come una stella malevola. Il Presidente Sergio Mattarella lo ricorda con esattezza emotiva e storica, e ci chiede, di fatto, di trasformare il ricordo in azione.

Credo di aver letto, nel suo discorso istituzionale, due livelli del messaggio. Il primo è culturale: la memoria non basta se non diventa criterio di scelta. Il secondo è operativo: richiamare il Trattato di Non Proliferazione a cinquant’anni dalla ratifica italiana non è un dettaglio da cerimonia, ma un promemoria sui suoi tre pilastri, che spesso dimentichiamo per strada:

  • non proliferazione degli arsenali;
  • disarmo progressivo e verificabile;
  • uso pacifico dell’energia nucleare, sotto vigilanza internazionale.

Qui entra in gioco la geopolitica di oggi, meno lineare di quella bipolare di fine secolo. Il “club nucleare” è più affollato, gli arsenali sono più sofisticati, le dottrine di impiego studiano scenari di escalation controllata. Eppure la matematica strategica non cambia: la deterrenza funziona finché l’errore resta ipotesi. Quando entra il fattore umano, fraintendimenti, incidenti, sistemi d’allerta che reagiscono a falsi positivi, l’equilibrio del terrore cessa di essere equilibrio. È per questo che la famosa affermazione sull’impossibilità di “vincere” una guerra nucleare non è uno slogan, ma la sintesi di quarant’anni di teoria del first strike (primo attacco), second strike (secondo attacco) e MAD (Mutua Distruzione Assicurata), che in italiano suona ancora peggio del significato in inglese ma rende perfettamente l’idea.

C’è poi l’impatto umano, che non va confinato alle pagine dei manuali. La combinazione fra blast (risultati diretti dell’esplosione), calore e radiazioni produce effetti differenziati e persistenti: ustioni, contaminazione del suolo, neoplasie anche a distanza di anni. È una contabilità che non si chiude in un bilancio di guerra. Lo dicono, con forza, anche coloro che hanno vissuto come esperienza personale la visita al Memoriale della Pace di Hiroshima. In quel luogo la dimensione della catastrofe ha smesso di essere raccontata in cifre ed è diventata silenzio, un cupo silenzio. È difficile uscirne e continuare a considerare la minaccia atomica come una variabile “tecnica” di una guerra.

Che cosa significa allora “valorizzare gli organismi internazionali di controllo”? In concreto, tre cose: rafforzare la capacità ispettiva e di monitoraggio, ridurre l’ambiguità strategica (le dottrine di “No First Use” aiutano), spingere per accordi verificabili sul taglio degli arsenali e la messa al bando dei test. Sì, lo so, il realismo politico ci sussurra che le grandi potenze firmano solo ciò che conviene loro. Vero, verissimo. Ma il lavoro multilaterale serve proprio a spostare il perimetro di ciò che è “conveniente”, facendo crescere i costi reputazionali e quelli materiali della proliferazione nucleare.

E l’Italia? Il nostro Paese non è un attore marginale. La scelta di ribadire l’orizzonte di un mondo senza armi nucleari, dentro un’architettura di alleanze che conosciamo bene, ha un valore politico preciso: tenere insieme deterrenza e disarmo, sicurezza e legalità internazionale. È una posizione scomoda, ma necessaria. Lo è ancora di più oggi, con un’opinione pubblica che alterna ondate emotive a stanchezza informativa. Senza una cittadinanza vigile, questi dossier finiscono regolarmente in fondo all’agenda politica.

Per coerenza con ciò che sappiamo da ottant’anni, proprio a causa dell’esplosione della “prima bomba”, il futuro non si pianifica con minacce apocalittiche. Si costruisce con pazienza istituzionale, collaborazione e memoria vigile e con la franchezza, oggi più che mai necessaria, di ricordare che il limite all’uso dell’arma assoluta non sta in un tabù ideologico, ma nel principio della sopravvivenza collettiva. Lo ha detto bene il Presidente, e vale la pena ripeterlo finché serve.

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