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Il Diavolo veste Prada 2: il tramonto dorato di un impero

La lotta di potere al centro della pellicola non riguarda più solo chi siede in prima fila alle sfilate, ma chi riuscirà a mantenere il controllo di un brand storico in un’epoca di cambiamenti epocali.

A vent’anni dal cult che ha reso il “ceruleo” una questione di stato, l’attesa è finita. Tornare nel mondo di Miranda Priestly non è solo un’operazione nostalgia, ma un tuffo in un’estetica che, seppur patinata e impeccabile come sempre, deve fare i conti con un mondo che non comunica più solo attraverso la carta lucida.

Il film ci proietta nel bel mezzo della crisi dell’editoria. Quello che un tempo era un regno inattaccabile ora barcolla sotto i colpi del digitale. La lotta di potere al centro della pellicola non riguarda più solo chi siede in prima fila alle sfilate, ma chi riuscirà a mantenere il controllo di un brand storico in un’epoca di cambiamenti epocali.

Due parole: Lady Gaga. È lei la vera scossa elettrica del film. Ogni sua inquadratura innalza il valore percepito della pellicola; la sua presenza magnetica colma i vuoti e aggiunge quella profondità artistica che rende il sequel qualcosa di più di un semplice rifacimento. La fotografia raggiunge il suo apice nelle sequenze girate tra Milano e il Lago di Como. La narrazione si sposta in Italia per il disperato tentativo di salvare la testata, regalandoci una Fashion Week visivamente sbalorditiva.

L’ingresso di Lucy Liu (l’indimenticabile Charlie’s Angel) nel ruolo di una facoltosa e potente divorziata aggiunge un pepe inaspettato alla trama. Il suo personaggio si muove con una grazia glaciale che tiene testa persino alla Priestly.
Il film si diverte (e noi con lui) a scimmiottare il nuovo gergo della moda. C’è una sottile vendetta verso quel linguaggio ibrido e spesso ridicolo che mescola termini americani e milanesi. Tra un “concept”, una “expertise” e infiniti “double check”, la sceneggiatura mette a nudo l’artificiosità di un settore che cerca di darsi un tono mentre tutto intorno cambia.

Non mancano le note dolenti. Nonostante la coerenza dei protagonisti, il film soffre di una certa lentezza iniziale. I dialoghi, in alcuni tratti, mancano di quel ritmo serrato e tagliente che aveva reso il primo capitolo un generatore automatico di citazioni. Si sente la mancanza di quegli scambi fulminei, sostituiti qui da una narrazione più contemplativa e, a tratti, statica.
“Il Diavolo veste Prada 2” è un film visivamente splendido, un trionfo di stile che sa ridere di se stesso. Sebbene manchi della cattiveria ritmica dell’originale, resta un appuntamento imperdibile per chi vuole vedere come sopravvive l’eleganza nel caos della modernità.

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Antonia Di Prisco
Antonia Di Prisco
Genovese di nascita, studi classici, appassionata di mitologia, testi antichi, gatti e teatro, non necessariamente in questo ordine.

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