Il 10 settembre 1952 la televisione italiana fece il suo primo vero passo verso quella che sarebbe diventata una delle sue funzioni più importanti: raccontare il mondo agli italiani.
Da uno studio Rai di Milano andò in onda il primo telegiornale. Quindici minuti appena, con Riccardo Paladini alla conduzione. Pochissimo tempo se confrontato con le interminabili maratone televisive di oggi. Eppure, dentro quei quindici minuti, c’era già l’idea di una televisione destinata a entrare nelle case e nelle abitudini degli italiani.
La televisione di allora aveva ritmi completamente diversi. Non esistevano i collegamenti continui, i social, gli smartphone, le breaking news che arrivano sullo schermo in ogni momento della giornata. C’era un appuntamento e c’era qualcuno che sceglieva le notizie da raccontare. Ed è proprio questo l’aspetto che, a distanza di tanti anni, mi sembra più interessante. Il telegiornale non era soltanto un contenitore di notizie. Era una scelta editoriale.
Qualcuno decideva cosa fosse importante, cosa meritasse spazio, quale immagine utilizzare, quale parola scegliere. In altre parole, costruiva ogni giorno una finestra attraverso la quale milioni di persone potevano guardare il mondo. Oggi quella finestra è diventata praticamente infinita. Le notizie arrivano prima sui telefoni, sui social, nelle notifiche. Un video può diventare virale in pochi minuti. Un evento può essere commentato migliaia di volte prima ancora che inizi un telegiornale.
E allora la televisione ha perso la sua centralità? Forse sì, se per centralità intendiamo la capacità di essere il primo luogo nel quale incontriamo una notizia. Ma forse non l’ha persa del tutto se pensiamo alla capacità di spiegare ciò che accade.
Perché in un mondo nel quale tutti possono pubblicare qualcosa, diventa ancora più importante qualcuno che sappia verificare, selezionare, contestualizzare e soprattutto distinguere una notizia da un’opinione.
È questa, secondo me, la vera sfida della televisione contemporanea. Non arrivare necessariamente prima degli altri, ma arrivare meglio. Una tecnica ed una modalità comunicativa che si avvicina anche al concetto dello slow Journalism, l’approfondimento per capire le notizie che adottiamo spesso sul nostro magazine e di cui abbiamo parlato anche in questo articolo
Settantquattro anni dopo quel primo TG, la tecnologia ha trasformato completamente il modo di fare e guardare televisione. Ma la domanda fondamentale è rimasta sorprendentemente attuale: quando accendiamo uno schermo, che cosa scegliamo di raccontare del mondo in cui viviamo?
Forse è da questa domanda che dovremmo ripartire ogni volta che parliamo di televisione.















