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HomeGlobal NewsCattolicesimo contemporaneoIl ruolo della donna nel cristianesimo: obbedire non significa essere libere

Il ruolo della donna nel cristianesimo: obbedire non significa essere libere

Da un testo pubblicato sulla pagina Facebook di Gennaro Pagano psicologo e psicoterapeuta, analizziamo la vera o presunta libertà della donna nel mondo della Chiesa. Le pochissime donne che accedono a spazi di potere spesso assumono stili maschili e patriarcali di comando, per essere legittimate.

«Maria è la donna più libera del mondo perché ha saputo obbedire. Dovremmo dirlo a qualche femminista». Queste sono le parole di Giuseppe Laterza, vescovo. Riportate integralmente. Vale la pena fermarsi. E riflettere. Io provo a farlo in tre punti.

  1. Obbedienza e femminismo: un accostamento ignorante

Mettere in rapporto l’obbedienza, anche quando la si definisce “libera”, con il femminismo, significa mostrare una profonda ignoranza. Ignoranza della Scrittura (e direbbe Girolamo di Cristo stesso, in questo caso) ma soprattutto ignoranza storica.

Per carità, l’obbedienza può avere un significato sano solo se chiarita come adesione all’amore, alla vita, al desiderio profondo, non come sottomissione a un ordine esterno, maschile, gerarchico. Ma il femminismo storicamente non nasce per opporsi all’amore. Nasce per opporsi a strutture di potere che hanno usato l’obbedienza come strumento di controllo, soprattutto sul corpo e sulla parola delle donne.

Accostare Maria al femminismo come elemento oppositivo, dentro una Chiesa strutturalmente patriarcale, non è una provocazione intelligente: è una semplificazione grossolana e superficiale. Che non fa onore a chi la pronuncia (o la pensa).

  1. Una verità storica incontrovertibile

C’è un dato storico che non può essere aggirato: nei secoli l’esaltazione dogmatica, culturale e devozionale di Maria di Nazareth (e di pochissime altre donne elevate agli onori degli altari) è inversamente proporzionale al trattamento reale che le donne hanno ricevuto – e ricevono ancora – in molte chiese cristiane.

Più Maria viene idealizzata, più le donne reali vengono silenziate. Magari con una attenzione all’immagine e qualche contentino. Ricordo che, pochi mesi prima di morire, Pepe Castillo mi parlava del grande tradimento della rivoluzione di Gesù di Nazareth: Gesù aveva voluto le donne tra le sue discepole.

Una scelta assurda per il contesto culturale dell’epoca, radicale, scandalosa, sovversiva. Ma che era uno dei tratti originali gesuani. E ricordo anche le parole di padre Nogaro, che sulla questione femminile che parla apertamente di un tradimento sistematico del Vangelo.
Altro che continuità.

  1. Una ferita aperta, quasi una bestemmia

La questione del ruolo della donna nella Chiesa non è un dettaglio organizzativo. È una ferita aperta nel cuore di una comunità che dice di rifarsi a Gesù di Nazareth.
Una ferita che produce un paradosso doloroso: le pochissime donne che accedono a spazi di potere spesso assumono stili maschili e patriarcali di comando, per essere legittimate.

Inoltre nella chiesa cattolica, le conclusioni recenti di alcune commissioni vaticane, con argomentazioni banali e superficiali, rendono questa ferita quasi una bestemmia. Perché, invece di avere il coraggio di dire: «Nel tempo ci siamo organizzati così e non vogliamo cambiare», si attribuisce la struttura gerarchica maschile alla volontà stessa di Cristo, tirandolo in ballo invano.

Maria non c’entra. Il Vangelo non c’entra. Il problema è il potere.
E finché non lo si dirà con onestà, ogni frase sulla “donna più libera del mondo” resterà solo un’altra retorica utile solo a chi teme di perdere il potere.

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Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli è docente di lettere classiche presso il Liceo “Alfonso Maria de’ Liguori” di Acerra (NA). È stato docente invitato di lingue classiche presso la PFTIM dell’Italia meridionale, sez. San Luigi. Traduttore e curatore di testi di Jacques Gaillot e José María Castillo, si occupa di animazione biblica in gruppi di base.

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