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HomeGlobal NewsCattolicesimo contemporaneoIl significato perduto: suicidio, ministero e la menzogna dello spiritualismo disincarnato - di Guillermo Jesús Kowalski

Il significato perduto: suicidio, ministero e la menzogna dello spiritualismo disincarnato – di Guillermo Jesús Kowalski

Victor Frankl, sopravvissuto ad Auschwitz, ci ha insegnato che l’essere umano può sopportare la sofferenza se trova un perché. Ma cosa succede quando il sistema in cui viviamo distrugge sistematicamente i perché? Il suicidio dei preti – e la crisi di senso in tanti altri – non è solo un «fallimento personale» nella gestione dello stress o della debolezza individuale. È il sintomo di una struttura ecclesiastica che idolatra il sacrificio del celibato per fare colpo (e salvare), ignorando la propria inumanità, che non riesce a criticare, nonostante tutte le commissioni congiunte sulla pedofilia in molti paesi del mondo ne abbiano suggerito la revisione.

Lo spiritualismo disincarnato ha colonizzato la Chiesa: «Se soffri, è colpa tua; se cadi, non hai pregato abbastanza». Ma ha anche una storica versione occulta: «Se fai qualcosa di sbagliato, non renderlo pubblico, perché “causi scandalo”». È così che sono stati vissuti a lungo gli abusi e le doppie vite. Tuttavia, Cristo non è venuto a benedire sistemi oppressivi, ma a liberare gli oppressi (Lc 4,18) e ad avere misericordia degli afflitti, compresi i suoi ministri.

La prima grande menzogna di questo sistema è l’individualismo emozionale. Trasforma la sofferenza in un fallimento personale, in un problema che l’individuo deve risolvere da solo. Si predica una fede di auto-superamento che, invece di mettere in discussione le strutture del peccato, le rende patologiche e medicalizza il malessere. Un prete depresso viene mandato in ritiro spirituale o in terapia, ma nessuno ha il coraggio di mettere in discussione la sua solitudine forzata, la burocrazia opprimente o l’esigenza inumana del sistema.

La spiritualità si trasforma in un «si salvi chi può», dove il celibato si glorifica come una prodezza individuale, ma si negano la più basilare umanità del prete, il suo bisogno di amore, di amicizia, di comunicazione da pari a pari, di vero riposo. Gli viene richiesto di essere «padre spirituale», ma gli viene negato il diritto ad essere figlio (bisognoso di cure, comunità e vulnerabilità) e ad avere figli biologici, dove si mette in gioco tutto quello che ognuno è. Dio ci ha creato come esseri in relazione (Gen 2,18), ma il sistema clericale promuove un isolamento strutturale che trasforma la colpa in un peso individuale: «Se ti esaurisci, è perché non hai amato abbastanza».

La crisi dei preti è, in sostanza, la crisi di un sistema che vittimizza i propri pastori. Il celibato obbligatorio, lungi dall’essere un carisma per tutti, è diventato un meccanismo di controllo istituzionale che spezza i legami umani profondi per generare una dipendenza del clero.

Non è un requisito essenziale del ministero, come dimostrano le chiese cattoliche orientali e la storia della Chiesa stessa, ma la sua imposizione è fonte di doppia vita, di ipocrisia e di autodistruzione. Viene chiesto al prete di amministrare i sacramenti, ma gli viene negato il tempo per essere sacramento, come il samaritano che ha toccato l’uomo ferito. Il sovraccarico mistico – essere santo senza venire meno, essere vicino senza amare, essere forte senza lamentarsi – lo sfianca in ipocrisie, angosce che portano a decisioni fatali, o nel profondo senso di fallimento che deriva dal negare la propria umanità.

La crudeltà di questo sistema diventa ancora più evidente quando si accanisce sul prete che sceglie di sposarsi, sottoponendolo a un ostracismo disumano e ad un’indifferenza che mette in evidenza l’aberrazione della disciplina del celibato obbligatorio, che si cerca di proteggere a tutti i costi. Il prete è intrappolato nel paradosso di essere ammirato per il suo ruolo, ma ignorato come persona. Il celibato, che oggi le persone non considerano né raro né sacro, per il clero non è un dono, ma una catena che li isola e li sottopone a una profonda solitudine non scelta ed a un’incapacità sistemica di comprendere gli altri.

È naturale che il prete provi un profondo senso di fallimento. I dati sono brutali: in paesi come la Francia, il suicidio dei preti è il doppio della media nazionale. Il clericalismo ha un prezzo molto pesante, pagato in vite umane.

Per sanare queste ferite, è urgente che la Chiesa abbia il coraggio di salvare i propri salvatori. Ciò richiede, innanzitutto, la denuncia degli idoli strutturali. È necessario smascherare il clericalismo, che nega la corresponsabilità dei laici e sovraccarica i ministri, e lo spiritualismo individualista, che trasforma i preti in «imprenditori spirituali» onnipotenti che gestiscono le loro parrocchie come aziende.

La soluzione non è solo fornire più sostegno, ma cambiare il sistema, che oggi riflette più la cultura e la società di altri tempi. Si deve recuperare il ministero come vocazione comunitaria, non come impresa solitaria, e si deve rivalutare l’obbligo del celibato, come altre Chiese stanno già facendo. I preti sposati, anziché essere ostracizzati, devono essere reintegrati pastoralmente, perché la loro esperienza è una risorsa per la Chiesa e potrebbero costituire uno straordinario ponte in questa frattura clero-laici.

La vera guarigione verrà da una spiritualità incarnata che non teme la vulnerabilità. Gesù ha pianto (Gv 11,35), ha avuto amici (Lazzaro, Giovanni) ed ha chiesto aiuto (Mc 14, 32-42). Perché i suoi ministri non possono farlo? È un cammino che richiede di modellare la fragilità, come san Paolo, che si gloriava delle proprie debolezze (2 Cor 12,9), e di celebrare l’umano con misericordia, piuttosto che esigere la perfezione da supereroi angelici senza sessualità. «Non è bene che l’uomo sia solo… diamogli una compagna» (Gen 2,18) è un comandamento di Dio che la struttura clericale rifiuta di accettare, credendo che le sottragga «potere». Il Vangelo ci chiama a vivere una fede che abbraccia l’umano nella sua pienezza, non un sistema che esige sacrifici inumani.

In conclusione, il suicidio dei preti è un grido profetico che denuncia un sistema che crocifigge i propri pastori. Non è un problema di «più resilienza» o di un esercito di psicologi che si prendano cura di loro, ma di una minore oppressione sistemica. La soluzione non è «più preghiera» isolata, ma più comunità e meno misoginia. È necessaria una fede che non idolatri la sofferenza, ma che ne combatta le cause. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), ma nessuno dovrebbe perderla a causa di un sistema inumano. È tempo che la Chiesa abbracci l’umano, non lo soffochi, affinché i suoi ministri possano donare vita e non perderla.

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Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli
Lorenzo Tommaselli è docente di lettere classiche presso il Liceo “Alfonso Maria de’ Liguori” di Acerra (NA). È stato docente invitato di lingue classiche presso la PFTIM dell’Italia meridionale, sez. San Luigi. Traduttore e curatore di testi di Jacques Gaillot e José María Castillo, si occupa di animazione biblica in gruppi di base.

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