C’è un momento preciso in cui il progresso smette di essere evoluzione e diventa amnesia. Quel momento oggi si sta consumando lungo la storia di via Mezzocannone, arteria pulsante della cultura partenopea, dove l’antico basolato lavico – custode secolare del calpestio di poeti, filosofi e studenti – viene violentato da un innesto urbano che definire estraneo è un benevolo eufemismo. I lavori di ampliamento del marciapiede, nati certamente sotto l’insegna della lodevole intenzione di favorire la pedonalizzazione e la vivibilità, si sono tradotti in un vero e proprio errore estetico e storico.
All’abbraccio caldo, scuro e lucido della pietra lavica originaria, – il famoso basolato, nato nel XVII secolo sotto il Viceregno spagnolo, che sostituì la terra battuta per risolvere il problema della polvere e migliorare il transito di carrozze e cavalli – levigata dal tempo e dalla storia, squadrato interamente a mano dagli scalpellini, il cui spessore dei blocchi era notevole, perché dovevano affondare profondamente nel letto di sabbia e pozzolana, oggi si sta accostando un’estensione di lastre grigie, presumibilmente etnee, squadrate a macchina, con una freddezza industriale che urla vendetta. Lo spessore di queste lastre moderne è spesso nettamente inferiore rispetto al massiccio basolo storico. Se il sottofondo non è a regola d’arte, rischiano di saltare (si pensi al marciapiede di via Toledo, quante scarpe e pantaloni buttati per pozzanghere insidiose!) o creparsi molto più facilmente sotto carichi pesanti. Inoltre, i segni di umidità o sporco risaltano in modo antiestetico sulla superficie così omogenea.
Il primo impatto è visivo, ed è uno shock. Chiunque ami Napoli sa che il suo basolato non è semplicemente “pavimentazione”: è una pelle. Una texture viva che riflette la luce del sole e brilla sotto la pioggia con riflessi argentei e profondi. Basoli secolari, posati a mano, ognuno unico nella sua imperfezione geometrica, capaci di dialogare con le facciate dei palazzi nobiliari e delle chiese. Ignobilmente vedo accostato oggi, che sale lentamente la bella strada, un nastro di pietra grigia tagliata industrialmente, geometricamente rigido, che interrompe la continuità cromatica e materica della strada.
Il risultato? Un effetto “patchwork” low-cost che svilisce l’identità del luogo. Non si tratta di purismo archeologico, ma di coerenza stilistica. Curare una ferita urbana inserendo un tessuto palesemente estraneo significa non aver compreso l’anima di quella strada.
Via Mezzocannone non è una via qualunque. È la spina dorsale della cittadella universitaria, il canale che collega il cuore antico della città alla modernità. Da secoli, l’Università degli Studi di Napoli Federico II – fondata nel 1224 e custode del sapere laico della nazione – si affaccia su questo “falso” rettilineo. Se le finestre dello storico ateneo potessero parlare, probabilmente esprimerebbero un severo e colto giudizio di condanna verso questo presente così frettoloso e disattento. Dall’alto dei loro scranni, i busti dei grandi pensatori che hanno fatto la storia della cultura italiana guardano giù e vedono la standardizzazione che avanza. Si sta trattando via Mezzocannone come una periferia qualsiasi da riqualificare con materiali da catalogo aziendale, dimenticando che qui ogni centimetro quadrato di pietra trasuda millenni di storia.
Ampliamento non deve fare rima con sfiguramento. Una critica che voglia essere costruttiva deve guardare al futuro offrendo soluzioni, non solo lamenti. C’era, e c’è ancora, un modo diverso di concepire questa modernizzazione.
Napoli possiede nei suoi depositi comunali migliaia di basoli storici dismessi da altre strade. Perché non attingere a quel tesoro per l’ampliamento? Se proprio si doveva ricorrere a pietra lavica nuova (magari etnea), si sarebbe dovuto pretendere un taglio e una finitura superficiale a spacco naturale o bocciardata, capace di simulare la rugosità e la dignità dell’antico, uniformando cromaticamente il marciapiede alla carreggiata.
Opere di questo genere, in zone a così alta densità storica, dovrebbero nascere da concorsi di idee o da consulenze con le facoltà di Architettura e di Storia dell’Ateneo stesso, trasformando il cantiere in un laboratorio di restauro urbano e non in un mero appalto stradale. C’è ancora tempo per fermarsi, per correggere il tiro, per evitare che via Mezzocannone diventi il monumento all’insensibilità contemporanea. Restituire dignità al calpestio di questa strada significa rispettare i residenti (quelli rimasti, i sopravvissuti causa b&b!) che la popolano e la storia che la abita. Perché la bellezza di Napoli sta nel suo caos armonico, non nella sterile e brutta omologazione di un blocco di pietra industriale. La città merita di superare questo esame di estetica urbana.
Non resta dunque che alzare lo sguardo verso i cornicioni della Federico II e invocare la memoria di chi questa città l’ha amata scavando fino alle sue radici di tufo e di lava. Matilde Serao alla fine dell’Ottocento scriveva parole che risuonano oggi come un monito profetico per chiunque pretenda di mettere mano al corpo millenario di Partenope: «Questo popolo, che sembra non aver coscienza di nulla, ha una coscienza profonda della sua storia».
È proprio in questa coscienza che risiede il rigetto spontaneo per lo schiaffo grigio di via Mezzocannone. Non si tratta di sterile nostalgia, ma del rifiuto di vedere sfigurata la pelle della propria memoria. Se il progresso deve giungere fin sotto le austere aule del sapere, lo faccia calzando i calzari del rispetto e della bellezza, non gli scarponi pesanti della standardizzazione industriale. Perché le città che dimenticano la propria pietra d’origine sono destinate a smarrire anche il proprio futuro, e Napoli, sorvegliata dall’ombra severa dei suoi pensatori, merita di camminare ancora su quel basolato eterno che non è mai stato semplice suolo, ma il palcoscenico lucido di un’immortale civiltà.












