L’incontro organizzato il 20 maggio scorso dalla Scuola Calcio ARCI UISP Scampia insieme all’IC Pertini 87 Don Guanella appartiene decisamente alla seconda categoria.
E no, non perché fosse uno di quei classici eventi istituzionali pieni di parole altisonanti, applausi automatici e foto di rito buone per i social. Anzi. La sensazione più forte, entrando nella sala, era quasi opposta. C’era un clima autentico. Persino disordinato in alcuni momenti, nel senso più bello del termine. Quello che nasce quando le persone parlano davvero e non stanno semplicemente recitando un copione.
A Scampia questa autenticità si percepisce subito. Perché chi vive territori complessi sviluppa una specie di radar naturale contro la retorica. La riconosce immediatamente.
Ed è forse questo il motivo per cui l’incontro “I giovani, la guerra e la Costituzione”, inserito nel Progetto Legalità Inclusione Sport, ha funzionato così bene. Nessuno ha trattato i ragazzi come pubblico passivo. Nessuno ha fatto la lezione dall’alto. Si è discusso. Sul serio.
In un momento storico attraversato da conflitti internazionali, tensioni geopolitiche e da un evidente impoverimento del dibattito pubblico, riuscire a parlare di pace, legalità, diritti, doveri e cittadinanza senza scivolare nella retorica non era affatto scontato. E invece è successo.
Forse perché, questa volta, nessuno ha trattato i ragazzi come semplici spettatori di un evento istituzionale. Sono stati coinvolti davvero. Hanno ascoltato, riflettuto, posto domande difficili con una naturalezza persino disarmante. Domande vere. E oggi, diciamolo con sincerità, la qualità delle domande conta spesso più della qualità delle risposte.
È da qui che bisognerebbe ripartire quando si parla di educazione civica.
Perché continuiamo a sentir ripetere che le nuove generazioni sarebbero disinteressate alla politica, alla partecipazione o ai grandi temi sociali. Personalmente ho sempre pensato che questa lettura fosse profondamente superficiale. I ragazzi non sono disinteressati. Semplicemente rifiutano i linguaggi vuoti, le liturgie istituzionali e le lezioni costruite dall’alto. Quando invece percepiscono autenticità, attenzione e rispetto, partecipano eccome.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante emerso nel corso dell’incontro.
La dirigente scolastica dell’IC Pertini 87 Don Guanella Tania Vece lo ha sottolineato con grande lucidità parlando di quella tensione continua tra dimensione locale e globale che caratterizza la crescita delle nuove generazioni. Una tensione che chi vive in territori complessi come Scampia percepisce ancora di più. Perché le periferie non sono soltanto luoghi geografici. Sono territori caricati di narrazioni tossiche, stereotipi mediatici, semplificazioni ideologiche e contraddizioni sociali enormi.
Da un lato esiste la retorica del degrado permanente. Dall’altro quella, altrettanto sterile, del riscatto raccontato come favola televisiva da prima serata. La realtà invece è molto più seria, più stratificata e infinitamente più interessante di entrambe queste caricature.
Dentro questa complessità, realtà associative come l’ARCI UISP Scampia svolgono un ruolo fondamentale. E sarebbe riduttivo definirle semplicemente “scuole calcio”. Qui lo sport diventa uno strumento educativo, relazionale e sociale. Un’infrastruttura umana prima ancora che sportiva.
Durante l’incontro è stato ricordato chiaramente dal presidente Antonio Piccolo che il centro sportivo rappresenta un luogo dove i ragazzi possono fare esperienza concreta di cittadinanza attiva. Ed è questo il punto centrale di tutta la questione. Perché educare alla legalità non significa riempire i giovani di slogan o parole altisonanti. Significa costruire contesti nei quali il rispetto delle regole, delle persone e delle differenze diventi pratica quotidiana.
Lo sport, da questo punto di vista, possiede una forza educativa straordinaria. Insegna il rispetto del gruppo, il valore dell’impegno, la gestione della frustrazione, il confronto con il limite e persino l’accettazione della sconfitta. Oggi le chiameremmo “soft skills”, utilizzando uno dei tanti anglicismi entrati stabilmente nel linguaggio educativo contemporaneo, ma in realtà rappresentano semplicemente competenze fondamentali per vivere dentro una comunità civile.
Perché oggi la guerra rischia di trasformarsi in un contenuto da consumare distrattamente sui social network, una sequenza continua di immagini che anestetizzano invece di produrre consapevolezza. Violante ha riportato il discorso all’essenziale: dietro la parola “guerra” ci sono persone che muoiono, famiglie distrutte, vite spezzate. Un ragionamento di una semplicità quasi brutale che però i ragazzi hanno percepito immediatamente come autentico.
Particolarmente significativo anche il passaggio dedicato all’Articolo 11 della Costituzione italiana, quello in cui “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. Non come formula astratta o slogan da cerimonia, ma come scelta politica, culturale e civile che richiama continuamente il valore del dialogo, del diritto internazionale e del rispetto reciproco.
Ed è proprio il rispetto la parola che ha attraversato trasversalmente tutto l’incontro.
- Rispetto delle persone.
- Rispetto delle differenze.
- Rispetto delle istituzioni democratiche.
- Rispetto delle regole.
Perché alla base di ogni violenza, di ogni sopraffazione e di ogni forma di criminalità esiste sempre una mancanza di rispetto verso l’altro.
Uno dei momenti più efficaci della mattinata è arrivato attraverso un esempio apparentemente semplice raccontato proprio dal presidente Luciano Violante durante il confronto sul fair play sportivo. Un giovane calciatore decide volontariamente di sbagliare un rigore assegnato ingiustamente dall’arbitro alla propria squadra. Un gesto minimo, quasi disarmante nella sua normalità. Eppure dentro quell’episodio esiste probabilmente una delle definizioni più concrete di legalità che si possano offrire a dei ragazzi.
Non la legalità proclamata nei convegni. Non quella celebrata nei discorsi ufficiali. Ma quella praticata anche quando nessuno ti obbliga a farlo.
Le domande poste dagli studenti hanno restituito perfettamente il livello di attenzione e maturità presente nella sala. Mafia, partecipazione politica, pace, lavoro, diritti e doveri, rappresentanza istituzionale, futuro. Questioni enormi affrontate senza superficialità e senza il cinismo che troppo spesso gli adulti attribuiscono alle nuove generazioni.
La sensazione finale è che incontri come questo abbiano un valore enorme proprio perché non cercano scorciatoie narrative. Non promettono formule magiche. Non trasformano la legalità in una parola decorativa buona soltanto per le celebrazioni ufficiali. Provano invece a costruire nei più giovani una coscienza critica. E oggi, in un tempo dominato dalla semplificazione permanente, dalla polarizzazione e dalle opinioni urlate, è probabilmente una delle cose più rivoluzionarie che scuola, associazioni e istituzioni possano ancora fare insieme.













