Infatti, da quando viaggio, ho capito che tutto ciò che conosciamo o che pensiamo di conoscere di un paese e della sua popolazione, prima di averci trascorso almeno qualche settimana ed essere entrati realmente in contatto con esso, non conta nulla.
Per conoscere qualcosa e capirlo realmente abbiamo bisogno di partire da una tavola bianca, perché qualsiasi altro disegno o bozza precedente andrebbe ad inficiare il risultato finale e non ci mostrerebbe la reale versione di ciò che stiamo per incontrare.
Ecco, questo è ciò che ho cercato di fare quando sono arrivata in Egitto.
Dentro di me, conoscevo quale sarebbe stato l’ostacolo più grande. Quello che rendeva quel paese così lontano e diverso da un qualsiasi paese europeo: la religione.
L’Egitto è un paese a maggioranza islamica: circa il 90% della popolazione pratica l’Islam, mentre una minoranza, intorno al 10%, segue il Cristianesimo, in particolare nella sua tradizione copta.
In realtà, ciò che spesso non sappiamo, o che forse non ci viene raccontato abbastanza, è che queste due religioni convivono quotidianamente in modo pacifico, intrecciandosi nella vita di tutti i giorni molto più di quanto immaginassi.
E, una volta lì, mi sono resa conto che questa convivenza è più naturale di quella che sperimentiamo in Italia, dove siamo forse meno abituati, o meno disposti, ad accogliere davvero ciò che percepiamo come diverso.
Ed infatti, anche io, pur imponendomi di partire con uno spirito neutro, mi rendevo conto di essere un po’ restia, come tutti gli occidentali, verso ciò che non conoscevo.
Ma l’Egitto, mi ha insegnato a guardare.
In Europa siamo spesso portati ad associare sentimenti di paura e diffidenza a elementi che appartengono alla quotidianità di un’altra cultura: il suono di una preghiera del Corano, una donna con il velo, o quei movimenti lenti e ripetitivi che accompagnano i momenti di raccoglimento.
Mi ci è voluto poco per capire che anche io ero vittima di una paura silenziosa, mai davvero dichiarata, ma presente. Una paura che, ahimè, non nasceva da un’esperienza diretta, da un incontro reale, proprio perché la religione islamica in Italia è poco diffusa e mai avevo conosciuto islamici praticanti qui. Era una paura che nasceva da altro. Dalle immagini, dai titoli dei giornali. Dalle parole Islam e terrorismo usate troppo spesso nella stessa frase.
In Europa siamo cresciuti così: con un racconto implicito che associa una religione a una minaccia. Senza accorgercene abbiamo interiorizzato una narrazione che ci porta a diffidare, in alcuni casi addirittura ad odiare, ciò che non conosciamo e che istintivamente associamo subito a violenza, terrore e morte. E allora succede qualcosa di curioso.
Sentiamo il Corano recitato per le strade e proviamo inquietudine. Vediamo qualcuno pregare e inginocchiarsi e ci sembra strano, destabilizzante, da fanatico religioso.
Ma io, come dicevo, mi ero davvero imposta la mia regola aurea ‘’zero pregiudizi’’.
E allora racconterò la mia esperienza, attraverso tutte le fasi emozionali che ho sperimentato in Egitto.

Ho iniziato a fare domande, ad osservare senza giudicare, ad ascoltare davvero. E soprattutto, ho incontrato persone. Persone musulmane che, nel giro di pochi giorni, mi hanno aperto le porte delle loro vite con una naturalezza disarmante. Mi hanno offerto tutto ciò che avevano, senza esitazione, senza secondi fini. Mi hanno accolta con affetto, con gentilezza, con un senso di umanità così autentico da farmi mettere in discussione tutto ciò che pensavo di sapere. Ogni gesto legato all’Islam iniziava a risuonare, sorprendentemente, con i valori della mia religione, il Cristianesimo.
Così ho scelto di mettermi in ascolto. Ho lasciato che fossero loro a raccontarmi cosa significhi davvero vivere questa fede, senza filtri, senza mediazioni. E ho capito che, per loro, non si tratta solo di religione: è qualcosa di più profondo, che attraversa la quotidianità, i gesti, le relazioni. È cultura, identità e appartenenza. L’Islam è una presenza costante nella vita di chi lo pratica, un filo invisibile che attraversa ogni momento della quotidianità, persino il linguaggio.
Nelle parole arabe di tutti i giorni (dal buongiorno al buon appetito) si intrecciano continui riferimenti a Dio, espressioni di gratitudine, invocazioni spontanee. È una fede che non si limita ai momenti di preghiera, ma che si riflette nella gestualità, nelle abitudini, nel modo di stare al mondo.
Questa è una differenza importante. Mentre per noi la religione è solo un dettaglio che può o meno dirci qualcosa di una persona e della sua vita, in Medio Oriente è una presenza costante, che orienta le scelte, accompagna le decisioni e guida il modo di agire, dando forma non solo alla dimensione spirituale, ma anche a quella pratica della vita.
La religione è un punto cardine di ogni uomo islamico.
Ricordo ancora una sera al Cairo, avevo incontrato un gruppo di studenti universitari che volevano intervistarmi in quanto straniera in terra egiziana. Eravamo seduti al tavolino di un caffè. Ovviamente, come succede spesso lì, mi avevano subito offerto qualcosa da bere. Tra di noi c’erano musulmani e anche cristiani. Io ero accompagnata dal mio amico egiziano, anche lui musulmano.
La serata è stata leggera, spensierata, ricca di scambi costruttivi. Ma è stato solo alla fine, quasi all’improvviso, che è arrivata una domanda che mi ha spiazzata. Il primo commento che il mio amico mi ha rivolto, non appena soli, è stato ‘’Erano cristiani vero gli altri ragazzi? Come te? Ti sei ricordata di essere anche tu cristiana?’’ Ammetto che quella frase mi ha lasciata per un attimo in imbarazzo.
Non tanto per la domanda in sé, quanto per quello che sottintendeva.
Come se, per lui, l’appartenenza religiosa fosse qualcosa di sempre presente, impossibile da mettere da parte. Mentre per me, per noi, è spesso qualcosa di più sfumato, quasi marginale. Un po’ come il colore preferito: sai qual è, più o meno, ma non è qualcosa che definisce davvero il tuo modo di stare al mondo.
Tornando però al flusso di emozioni che ho provato, caso vuole che il mio soggiorno in Egitto coincidesse con il Ramadan. Ero curiosissima di capire cosa significasse davvero questa festa per loro. Sono stata invitata a casa di molti amici per cenare con tutta la famiglia e condividere l’Iftar, il pasto che rompe il digiuno. Mi hanno spiegato i valori cardine dell’Islam.
Ero davvero desiderosa di sapere come il Ramadan e il digiuno potessero depurare il loro corpo e animo e come permettesse loro di mettersi, seppur per un solo mese, nei panni di coloro che non hanno accesso a cibo e acqua ogni giorno. Ho provato sorpresa nell’ascoltarli. Poi tenerezza nell’osservarli. Poi gratitudine, per tutto quell’affetto che li circondava, quando condividevamo l’Iftar con i propri cari e amici.
Al momento del tramonto avveniva come una magia: le strade si riempivano di gente, veniva offerto cibo a chiunque, imbandite tavole piene di cibo, aperte a tutti coloro che volessero partecipare. La città straripava di gioia, musica, riconoscenza, commozione e speranza. Tutti uguali, nessuno escluso. Questo messaggio risuonava ovunque e così anche il mio cuore si è riempito di emozioni intense.
Ma, nell’ultima fase di questo turbinio emotivo, è emersa una sensazione inaspettata: la vergogna. Si, vergogna è la parola giusta. Ma anche disgusto funzionerebbe. Mi sono sentita stupida vittima di ciò che in Occidente ci viene narrato. Quello che vedevo davanti ai miei occhi non aveva nulla a che fare con le storie e i pregiudizi che avevo interiorizzato.
Avevo superato il timore iniziale. Avevo dato spazio alla curiosità.
E poi, finalmente, ero rimasta sorpresa, avevo imparato, e avevo condiviso l’emozione di quei momenti con loro.
E allora cosa avevo davvero davanti? Cosa stavo esattamente guardando? A cosa stavo partecipando? Una religione. Un insieme di riti. Una comunità di persone che, esattamente come noi, cercano un senso, una guida, un modo per stare al mondo. E questo modo è fondato sugli esatti stessi principi sui quali sono fondate tutte le religioni, ovvero amore, gratitudine, preghiera.
Ed era tutto così palese davanti a me. Eppure ripensavo al muro che in Occidente avevano a tutti i costi cercato di farmi erigere per tracciare un confine tra NOI e tutto ciò che fosse diverso, lontano, sconosciuto. Io, quel muro, lo stavo abbattendo. Come? Attraverso la conoscenza.
Se ci fermassimo un attimo e ci dessimo il privilegio di conoscere da vicino ciò che è diverso da noi, scopriremmo qualcosa di sorprendente. L’Islam condivide con il cristianesimo valori profondi: la carità, la solidarietà, la famiglia, la preghiera, il rispetto per gli anziani e l’ospitalità verso gli stranieri.
Scopriremmo che quella disciplina nei gesti, quella ripetizione nella preghiera, quella devozione così visibile… non è così diversa da ciò che accade in una chiesa durante una messa.
E allora perché ci spaventa? Perché non è “nostra”. Perché non la capiamo.
E soprattutto, perché ci è stata raccontata nel modo sbagliato.
La paura, spesso, non nasce dall’oggetto. Nasce dalla distanza.
E la distanza, oggi più che mai, è alimentata da una narrazione che semplifica, che generalizza, che riduce milioni di persone a un’unica immagine.
Ricordo ancora quando, durante una di quelle cene, una mia amica egiziana mi ha chiesto incuriosita, di raccontarle come fosse la religione cristiana, in cosa consistesse. Le ho raccontato delle domeniche in chiesa, della Pasqua, del Natale. Lei mi ascoltava con occhi pieni di curiosità e domande. Non ho mai letto alcun giudizio nel suo sguardo. Allora perché noi dovevamo averne? Perché non potevamo fare lo stesso anche noi?
Oggi provo a fare un esercizio semplice: sostituire la paura con la curiosità.
Ascoltare senza pregiudizio. Osservare senza giudicare. Perché forse il problema non è ciò che vediamo. È ciò che crediamo di vedere ma che non abbiamo realmente mai conosciuto.
















