HomeGlobal NewsIslanda, il nuovo “No” all’Europa: la piccola nazione che difende la sua indipendenza

Islanda, il nuovo “No” all’Europa: la piccola nazione che difende la sua indipendenza

Il 52,8% degli islandesi respinge la ripresa dei negoziati con l’Unione europea. Dietro il voto, la difesa della pesca, la sovranità nazionale e una storia segnata dalla Guerra fredda e dalla posizione strategica nell’Artico

L’Islanda ha scelto ancora una volta di non entrare nel percorso che potrebbe portarla nell’Unione europea. Nel referendum del 29 agosto, il 52,8% degli islandesi ha votato No, contro il 47,2% del Sì, respingendo così la proposta di riaprire i negoziati con Bruxelles. Non si trattava di votare direttamente sull’adesione all’UE: il Sì avrebbe semplicemente consentito di riprendere il negoziato, mentre un eventuale accordo sarebbe dovuto essere sottoposto a un nuovo referendum. Il risultato rappresenta quindi una nuova battuta d’arresto per il progetto europeista e rimette nel cassetto, almeno per gli anni a venire, la questione dell’adesione.

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È un voto che racconta molto dell’Islanda e della particolare idea che questo Paese ha della propria indipendenza. Perché Reykjavík è vicina all’Europa, ne condivide valori, istituzioni e interessi economici, ma allo stesso tempo ha sempre difeso con grande determinazione la possibilità di decidere autonomamente sulle proprie risorse e sul proprio futuro. L’Islanda fa già parte dello Spazio economico europeo, dell’EFTA e dell’area Schengen: è quindi profondamente integrata con il continente senza essere membro dell’Unione. Il referendum ha dimostrato che, per la maggioranza degli islandesi, questa particolare posizione rimane ancora oggi preferibile.

Al centro della scelta c’è soprattutto il mare. La pesca non rappresenta soltanto un settore economico, ma una componente essenziale dell’identità nazionale. La memoria delle “guerre del merluzzo” combattute contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e Settanta è ancora fortissima. L’Islanda ampliò progressivamente le proprie acque di pesca fino alle 200 miglia nautiche, affrontando anche diplomaticamente e militarmente una potenza molto più grande. Quella battaglia contribuì alla successiva affermazione internazionale della zona economica esclusiva di 200 miglia.

È anche per questo che l’idea di sottoporre la pesca alle regole della Politica comune europea ha sempre suscitato forti resistenze. Per molti islandesi, cedere una parte del controllo sulle risorse marine significherebbe mettere in discussione una conquista sulla quale il Paese ha costruito una parte della propria prosperità. Ancora oggi il settore ittico pesa enormemente sull’economia e sulle esportazioni islandesi, accanto a turismo, industria, alluminio, tecnologia ed energia.

La questione europea era però legata anche all’economia. Dopo la drammatica crisi finanziaria del 2008, l’Islanda presentò nel 2009 la domanda di adesione all’Unione europea. I negoziati iniziarono nel 2010, ma si bloccarono soprattutto sulle questioni della pesca e dell’agricoltura e furono successivamente abbandonati. Oggi, con una situazione economica molto diversa rispetto a quella di allora, i sostenitori dell’Europa vedevano nell’adesione una possibile maggiore stabilità, anche monetaria, di fronte a una corona islandese soggetta alle oscillazioni di una piccola economia. Ma gli elettori hanno ritenuto più importante conservare la possibilità di decidere autonomamente sulle proprie politiche economiche e sulle proprie risorse.

La scelta islandese assume un significato ancora più particolare se si guarda alla sua storia geopolitica. L’Islanda conquistò la piena indipendenza dalla Danimarca nel 1944, ma appena cinque anni dopo entrò nella NATO. La decisione provocò forti proteste a Reykjavík. Durante la Guerra fredda, la posizione dell’isola nel Nord Atlantico la trasformò infatti in un punto strategico fondamentale per l’Occidente. L’Islanda non possiede un esercito permanente, ma la sua sicurezza è legata alla NATO e all’accordo di difesa con gli Stati Uniti.

Oggi quella posizione geografica è tornata ad avere un’importanza enorme. La guerra in Ucraina, la crescente presenza russa nell’Artico, la competizione internazionale per le rotte settentrionali e la questione della Groenlandia hanno riportato il Nord Atlantico al centro della geopolitica mondiale. Ed è proprio in questo scenario che il governo islandese aveva presentato il rapporto con l’Unione europea anche come una possibile ulteriore garanzia politica ed economica.

Gli elettori, però, hanno risposto diversamente. Il voto ha mostrato una netta differenza fra la capitale e il resto del Paese: Reykjavík ha guardato maggiormente verso l’Europa, mentre le aree rurali e costiere hanno difeso con più forza la posizione del No. È una divisione che non riguarda soltanto Bruxelles, ma due diverse percezioni del futuro dell’Islanda: da una parte una società urbana più aperta all’integrazione internazionale, dall’altra comunità che continuano a considerare il controllo del territorio e soprattutto del mare come la principale garanzia della propria autonomia.

Il risultato è quindi molto più di una bocciatura del progetto della premier Kristrún Frostadóttir. È la conferma di una linea storica: l’Islanda vuole essere europea senza necessariamente diventare parte dell’Unione europea; vuole le alleanze senza rinunciare alla propria autonomia; vuole essere protetta senza delegare completamente ad altri le decisioni sulle proprie risorse.

Il No del 2026 non significa isolamento. L’Islanda continuerà a essere legata all’Europa attraverso il mercato unico, Schengen e gli altri accordi esistenti, mentre resterà saldamente inserita nel sistema di sicurezza della NATO. Ma il referendum ha stabilito che, almeno per ora, il passo ulteriore non verrà compiuto.

Su questa isola di ghiaccio e vulcani, con meno di 400 mila abitanti e una posizione geografica che le conferisce un’importanza strategica molto superiore alle sue dimensioni, torna così a prevalere la stessa convinzione che ha accompagnato gran parte della sua storia moderna: essere piccoli non significa necessariamente essere deboli, e difendere la propria indipendenza può essere considerato il modo migliore per affrontare un mondo nel quale le grandi potenze tornano a contendersi il Nord Atlantico e l’Artico.

L’Islanda ha detto No all’Europa politica. E ancora una volta ha scelto di essere padrona del proprio mare, della propria economia e del proprio destino.

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Lello La Pietra
Lello La Pietra
Giornalista professionista, autore e conduttore televisivo. Già caporedattore e inviato per oltre 16 anni del TG della storica emittente Canale 21. Ha collaborato come autore testi per i programmi di Rai Educational presso il Centro produzione Rai di Napoli. Dal 2008 lavora nell'ufficio stampa di Anas, ha gestito la comunicazione per l'autostrada “Salerno-Reggio Calabria” e dal 2015 è responsabile dei media nazionali e territoriali. Ideatore del progetto Giovani del Sud, un format televisivo nato nel 2000 su Canale 21 ed oggi piattaforma social, per fare informazione sulle idee e la creatività delle nuove generazioni del Sud.

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