A prima vista potrebbe sembrare una variazione marginale. In realtà non lo è affatto, perché dentro quello scarto percentuale si leggono alcune criticità strutturali che meritano attenzione. Il sistema italiano continua infatti a mostrare una buona capacità di intercettazione e trattamento dei rifiuti di imballaggio, mentre i volumi delle raccolte differenziate crescono e l’immesso al consumo dovrebbe superare abbondantemente i 14 milioni di tonnellate nel corso dell’anno. Tuttavia, proprio l’aumento dei flussi in ingresso rende più complesso mantenere invariata la resa complessiva del sistema.
In un ottica di economia circolare, il punto non è solo quanto si raccoglie, ma quanto materiale raccolto riesce davvero a trasformarsi in riciclo effettivo. Ed è qui che emergono le difficoltà.
Nel comparto della carta pesa la diminuzione della domanda interna, accompagnata però da una crescita dell’export. A questo si aggiunge un tema tecnico tutt’altro che secondario, cioè l’aumento delle impurità nei flussi di raccolta, che riduce la qualità del materiale conferito e rende più oneroso il trattamento industriale.
Nella plastica tradizionale, invece, la criticità è ancora più netta. Il rallentamento degli ultimi mesi è legato anche ai quantitativi crescenti di rifiuti selezionati ma non ritirati dal mercato, con effetti che rischiano di riflettersi direttamente sulla contabilizzazione dei flussi di riciclo reale.
È un passaggio importante, perché sposta il dibattito dal piano simbolico a quello economico. Il riciclo, infatti, non vive di sola raccolta differenziata. Per funzionare davvero ha bisogno di una filiera industriale capace di assorbire la materia prima secondaria e di valorizzarla. Se mancano gli sbocchi di mercato, il sistema rallenta, i costi di gestione aumentano e l’equilibrio complessivo si fa più fragile. È esattamente il quadro richiamato da CONAI, che segnala una fase di criticità soprattutto per le plastiche, aggravata da costi energetici molto elevati in un comparto storicamente energivoro.
A questo si somma la pressione della globalizzazione. L’ingresso sul mercato di manufatti realizzati a basso costo in Paesi extra europei indebolisce la competitività del riciclato nazionale e rende ancora più evidente una contraddizione che, francamente, dovremmo affrontare con maggiore lucidità. Non ha molto senso investire nella circolarità se poi il mercato continua a premiare produzioni meno costose nell’immediato, ma assai più onerose, nel lungo termine, sul piano ambientale.
In questo scenario torna centrale il ruolo del sistema consortile. Per il 2026 si prevede che oltre 5,5 milioni di tonnellate di imballaggi a fine vita saranno affidate dai Comuni al sistema CONAI e ai Consorzi di filiera, in aumento rispetto ai 4,74 milioni del 2024. È la prova concreta della funzione sussidiaria del modello italiano, che si espande quando il mercato si ritrae e garantisce continuità operativa proprio nei momenti di maggiore difficoltà.
Resta però un ultimo nodo, forse il più delicato. L’incertezza normativa, legata anche all’attuazione del nuovo quadro europeo sugli imballaggi, sta rallentando gli investimenti in ecodesign e sostenibilità. Quando le imprese non hanno regole stabili, tempi certi e accesso semplice alla finanza, tendono inevitabilmente a rinviare le scelte più impegnative.
Il 75% stimato per il 2026, allora, va letto così. Non come un arretramento drammatico, ma come il segnale di un sistema maturo che continua a reggere, pur sotto pressione. Ed è proprio per questo che oggi servono politiche industriali più chiare, strumenti di sostegno alla domanda di materiali riciclati e una visione meno episodica. Perché il riciclo degli imballaggi, in Italia, non è più soltanto una buona pratica ambientale. È una questione industriale, energetica e, in fondo, persino strategica.















