Un residente di via Micheluzzi, quartiere Scampia, prende il cellulare e guarda il display. Nessun segnale. Niente telefonate, connessione dati assente o difficile da utilizzare. A poche decine di metri, dietro le mura del carcere di Secondigliano, quello stesso silenzio radio rappresenta esattamente il risultato che lo Stato cercava.
È questa l’immagine che forse racconta meglio il paradosso emerso nella periferia nord di Napoli. Da una parte c’è un problema di sicurezza serio e tutt’altro che nuovo, quello dei cellulari clandestini nelle carceri. Dall’altra ci sono persone che in quelle strade abitano, lavorano, gestiscono un’attività commerciale o imprenditoriali o assistono un familiare anziano e hanno bisogno della rete mobile per una quantità di operazioni ormai quotidiane. In mezzo, quasi a segnare un confine invisibile tra questi due mondi, ci sono le onde radio.

Nel carcere di Secondigliano è stato collaudato un sistema di inibizione delle comunicazioni mobili, un jammer destinato a rendere inutilizzabili i dispositivi introdotti illegalmente nell’istituto di pena. Il risultato comunicato dalle istituzioni è di quelli che attirano immediatamente l’attenzione: nelle prime 24 ore sarebbero stati neutralizzati 24 mila tentativi di accesso alla rete. Ventiquattromila. Un numero enorme, ma che va letto correttamente.
Il penitenziario ospita circa 1.500 detenuti e quei tentativi non corrispondono né ad altrettanti cellulari clandestini né a 24 mila persone che hanno provato a telefonare. Uno stesso dispositivo può infatti cercare ripetutamente di agganciarsi alla rete quando perde il segnale, mentre chi lo utilizza può riprovare più volte un tentativo di connessione.
C’è però un secondo dato forse ancora più interessante. Durante il collaudo, secondo quanto riferito dalle istituzioni, le richieste dei detenuti per utilizzare i canali telefonici autorizzati sono quadruplicate. In altre parole, quando le comunicazioni non consentite hanno smesso di funzionare, è cresciuto immediatamente il ricorso a quelle previste dall’amministrazione penitenziaria. Per affrontare questa fase considerata particolarmente delicata erano stati schierati circa 250 agenti della Polizia Penitenziaria, anche per prevenire eventuali proteste. Il test, sotto questo profilo, si è concluso senza i temuti disordini. Fin qui il carcere. Il problema comincia appena si supera il muro di cinta. Il Centro Penitenziario di Secondigliano non sorge in un’area isolata. Attorno ci sono abitazioni, strade e attività commerciali.
Proprio nelle zone immediatamente adiacenti alla struttura, in particolare tra via Micheluzzi e via Pratt, residenti e commercianti hanno segnalato problemi alla telefonia mobile in concomitanza con la sperimentazione. Cellulari senza rete, difficoltà nell’effettuare o ricevere chiamate e problemi con la connessione dati ma fermiamoci un momento a ragionare con calma.
Non risulta ancora accertato, attraverso una verifica tecnica definitiva, che tutti i disservizi denunciati siano stati provocati direttamente dal dispositivo jammer. La coincidenza temporale e la vicinanza al penitenziario rendono certamente il fenomeno meritevole di approfondimento, ma la correlazione, da sola, non dimostra il rapporto di causa ed effetto. È una distinzione importante, soprattutto quando si parla di una tecnologia destinata potenzialmente ad altri istituti penitenziari italiani.
C’è poi un aspetto che rischia di sfuggire. Vent’anni fa restare qualche ora senza cellulare avrebbe significato soprattutto non poter telefonare. Oggi attraverso una connessione mobile lavoriamo, effettuiamo pagamenti, riceviamo ordini e accediamo a servizi che fanno ormai parte della nostra vita quotidiana.
Per un commerciante una rete instabile può significare difficoltà nell’utilizzo di servizi collegati ai pagamenti o nelle comunicazioni con clienti e fornitori. Per una persona anziana che vive sola e non dispone di una linea fissa, il cellulare può rappresentare il principale collegamento con i familiari o l’assistenza medica.
Nel materiale raccolto sui casi viene riportata anche la testimonianza di un residente che segnala problemi nella trasmissione dei dati dell’home monitoring di un pacemaker appartenente a un familiare. Il caso, in particolare, va trattato con particolare prudenza. Senza conoscere il dispositivo utilizzato e la tecnologia attraverso cui trasmette le informazioni, non sarebbe corretto trasformare una testimonianza nella prova di un rischio sanitario generalizzato. La domanda che pone, però, resta valida: cosa accade quando una tecnologia progettata per interrompere comunicazioni illegali interferisce, o rischia di interferire, con servizi legittimi?

Sarebbe altrettanto sbagliato raccontare la vicenda dimenticando il motivo per il quale il sistema è stato installato. La presenza di telefoni clandestini nelle carceri costituisce da anni un problema di sicurezza. Nel caso di detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, poter comunicare senza controllo significa potenzialmente mantenere rapporti con l’esterno e continuare ad esercitare influenza oltre le mura penitenziarie. Un apparato jammer interviene proprio su questo punto: rende inutilizzabile il dispositivo anche quando qualcuno è riuscito a introdurlo. Ma è una risposta a valle!
A monte, rimane il problema di impedire che telefoni, micro cellulari e altri dispositivi entrino nell’istituto attraverso pacchi, complicità, lanci dall’esterno o droni, si anche droni. Non a caso la strategia annunciata comprende anche barriere anti drone, controlli sulle merci e unità cinofile. L’USPP (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria), pur valutando positivamente la sperimentazione, ha richiamato l’attenzione sulla carenza di personale, indicando in circa 200 agenti la mancanza di personale tra i centri penitenziari di Secondigliano e Poggioreale.
Se la tecnologia può aiutare gli uomini, difficilmente può sostituirli ed è questo che rende il caso interessante ben oltre i test di Napoli. La sperimentazione è stata presentata come l’inizio di una strategia potenzialmente estendibile ad altri istituti, soprattutto quelli con detenuti di elevata pericolosità. Ma le carceri italiane non sono tutte uguali. Alcune sorgono in aree relativamente isolate, altre sono integrate nel tessuto urbano.
Lo stesso sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha riconosciuto che, proprio per la necessità di salvaguardare il territorio e le attività circostanti, il sistema potrebbe non essere utilizzabile indistintamente in tutti gli istituti. Ed è in questo che il carcere di Secondigliano diventa un vero e proprio laboratorio.
Un muro stabilisce con precisione dove finisce il carcere e dove comincia la città. Un segnale radio, invece, quel confine non sempre è capace di rispettarlo. La riuscita della sperimentazione, quindi, non potrà essere valutata soltanto contando quante connessioni clandestine vengono neutralizzate. Bisognerà capire anche quante comunicazioni legittime rimangono perfettamente operative all’esterno del carcere. Perché la sicurezza del carcere e quella dei cittadini non dovrebbero essere due obiettivi in competizione.
La vera sfida non è più dimostrare che un jammer sappia spegnere un cellulare, ma è il riuscire nella scommessa di spegnere quello che non dovrebbe esserci senza spegnere anche tutti gli altri legittimamente presenti nel territorio circostante.














