Ogni guerra sacrifica migliaia, persino milioni, di persone e perpetua il gesto di Caino, che uccise suo fratello Abele.
Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, denunciò l’elevato numero di vittime civili nei conflitti moderni. Nella prima guerra mondiale solo il 5% dei morti erano civili; nella seconda il 50%; nelle guerre di Corea e del Vietnam l’85%. Dati più recenti dimostrano che nelle guerre contro l’Iraq e nell’ex Jugoslavia il 98% delle vittime erano civili. Qualcosa di simile sta accadendo oggi nella guerra condotta da Benjamin Netanyahu contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: sono stati uccisi più di 18.000 bambini, che non avevano nulla a che fare con il conflitto.
Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra.
Ogni guerra, di per sé, uccide altre vite, quelle dei nostri simili. Caino non può trionfare. Il fenomeno della guerra si presenta come qualcosa di talmente complesso che nessuna singola risposta lo spiega completamente o è sufficiente a spiegarlo. Ciò non ci esime, tuttavia, dal riflettere sulla realtà della guerra e sulle sue perverse conseguenze umane e materiali.
Ad esempio, se un paese viene aggredito da un altro, cosa dovrebbe fare? Ha il diritto di difendersi con forze difensive? Dovrebbe esserci proporzionalità? Come dovrebbero comportarsi i leader delle nazioni quando assistono a un genocidio a cielo aperto, come nella Striscia di Gaza? O di fronte alla pulizia etnica delle minoranze perpetrata nell’ex Jugoslavia, in Kosovo e in Bosnia da soldati assetati di sangue che violavano sistematicamente anche diritti umani fondamentali? È lecito invocare il principio di non intervento negli affari interni di Stati sovrani e assistere passivamente a crimini contro l’umanità? Quale è il limite della sovranità? È assoluta? È al di sopra dell’umano, che può essere sacrificato?
Come reagire al diffuso fenomeno del terrorismo, che potrebbe potenzialmente procurarsi materiale atomico, minacciare un’intera città e metterla in ginocchio? E se una di queste armi venisse lanciata, renderebbe l’intera città inabitabile a causa della radioattività. In tale contesto una guerra preventiva è legittima?
Si tratta di questioni etiche che, ai nostri giorni, occupano menti e cuori. Per evitare la disperazione, dobbiamo riflettere. E lo dobbiamo fare in tutto il mondo, data la strategia dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha affermato – e lo sta mettendo in pratica – che la pace si raggiungerà non attraverso il dialogo ma con la forza. Questa non sarà mai una vera pace, bensì una pacificazione forzata e imposta. È un tema ricorrente in tutti i presidenti, anche Barack Obama, affermava che gli Stati Uniti hanno interessi globali e possono intervenire quando questi sono minacciati, anche con la forza.
Di fronte a questi problemi menzionati, si presentano diverse opzioni.
Un nutrito gruppo sostiene che, data la devastante capacità della guerra moderna con armi chimiche, biologiche e nucleari, che potrebbe mettere a repentaglio il futuro della specie e dell’intera biosfera, non esiste più una guerra giusta («ius ad bellum»). La vita, nelle sue diverse forme, sta al di sopra di tutto.
Un altro gruppo sostiene che possa esistere una guerra giusta, l’«intervento umanitario», ma limitato per impedire l’etnocidio e i crimini di lesa umanità.
Un ulteriore gruppo, che rappresenta l’establishment globale, ribadisce che si deve recuperare la guerra giusta come autodifesa, come punizione per i paesi dell’«asse del male» e come prevenzione di attacchi con armi di distruzione di massa.
Esprimiamo un giudizio etico su queste posizioni: nelle condizioni attuali ogni guerra rappresenta un rischio altissimo, poiché possediamo una macchina di morte capace di distruggere l’umanità e la biosfera. La guerra è un mezzo ingiusto, per il fatto di essere globalmente letale.
Nell’ambito di una politica realistica, un «intervento umanitario» limitato è teoricamente giustificabile, a due condizioni: non può essere deciso da un singolo paese, ma dalla comunità delle nazioni (l’ONU) e deve rispettare due principi fondamentali («ius in bello», ovvero i diritti nel corso della guerra): l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi (che non possono causare più danni che benefici).
La forza usata per autodifesa non la trasforma in qualcosa di buono, ma può essere giustificata entro un rigoroso limite di proporzionalità dei mezzi.
La guerra punitiva, come quella condotta contro l’Afghanistan o contro il sud del Libano dove opera Hamas, si basa sulla vendetta ed è indifendibile. Alimenta solo rabbia e risentimento, terreno fertile per futuri conflitti.
La guerra preventiva, come quella condotta contro l’Iraq sulla falsa supposizione che possedesse armi di distruzione di massa, era illegittima perché basata su analisi errate e su qualcosa che ancora non esisteva e che avrebbe potuto non essersi verificato. Nessun diritto, di qualsiasi natura, le conferisce legittimità, poiché è soggettiva e arbitraria.
Tutto ciò vale in teoria, poiché è importante chiarire le posizioni. Tuttavia, nella pratica si è dimostrato che tutte le guerre, anche quelle definite «interventi umanitari», non rispettano i due criteri fondamentali: l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi impiegati. Non viene fatta alcuna distinzione tra combattenti e non combattenti.
Per indebolire il nemico, le sue infrastrutture vengono distrutte, causando la morte di numerose vittime civili innocenti. Le conseguenze della guerra durano anni, come nel caso dell’uranio impoverito utilizzato dall’esercito statunitense, che ha provocato malattie nelle popolazioni colpite.
La guerra non è la soluzione a nessun problema. Dobbiamo cercare un nuovo paradigma, alla luce di Francesco di Assisi, di Lev Tolstoj, del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King Jr., se non vogliamo autodistruggerci: la pace come meta e come metodo.
Se vuoi la pace, preparati alla pace!














