Negli ultimi due anni il mondo ha contato i bambini uccisi e feriti a Gaza. Ha raccontato il loro dolore. Ma ha ascoltato poco le loro voci. È da questa constatazione che nasce “The Gaza We Want”, l’iniziativa lanciata da UNICEF per raccogliere direttamente le opinioni dei più piccoli sul futuro della Striscia.
A presentarla è stato Jonathan Crickx, responsabile comunicazione dell’Unicef per lo Stato della Palestina: l’obiettivo è semplice e cruciale insieme — chiedere ai bambini cosa vogliono per la ricostruzione di Gaza. Il progetto ha coinvolto 1.603 bambini tra i 5 e i 18 anni, in tutte e cinque le province della Striscia, compresi minori con disabilità. Altri 11 mila hanno partecipato attraverso attività creative sicure e volontarie. Nessuno è stato spinto a rivivere episodi di violenza.
Disegni, poesie, racconti, murales, modelli costruiti con materiali di recupero: non semplici espressioni simboliche, ma — sottolinea l’Unicef — veri e propri dati. E quando migliaia di bambini, in modo indipendente, raffigurano alberi, scuole, ospedali, strade pulite e parchi giochi, il messaggio è chiaro: vogliono riavere la loro infanzia. Le priorità indicate sono nette. Al primo posto sicurezza e riparo: dormire senza paura, andare a scuola serenamente. Un’esigenza resa ancora più urgente dal fatto che, dall’inizio del cessate il fuoco, oltre 135 bambini sarebbero stati uccisi nella Striscia di Gaza.
Seconda richiesta: scuole vere, non tende. Edifici sicuri, con banchi, servizi igienici, acqua corrente, biblioteche e campi da gioco. Luoghi che non siano rifugi temporanei, ma spazi di normalità e futuro. Terzo punto: ospedali sicuri e puliti, dove non “si respiri la paura”. I bambini chiedono non solo cure fisiche, ma anche sostegno psicologico, consapevoli che il trauma non finisce con la fine dei bombardamenti.
Infine, il gioco. Parchi, spiagge, campi sportivi. Per i più piccoli non è un lusso, ma uno strumento essenziale per recuperare ciò che la guerra ha sottratto. Dalle loro risposte emerge anche una vera e propria tabella di marcia per la ricostruzione: prima sicurezza, riparo, spazi per l’apprendimento e primo soccorso psicologico; poi case permanenti, scuole, parchi e cliniche; infine università, industrie, centri culturali e luoghi della memoria.
Un programma lucido, elaborato da chi ha conosciuto perdita e incertezza. Per l’Unicef il messaggio è inequivocabile: una ricostruzione che ignori la voce dei bambini deluderà non solo loro, ma l’intera Gaza. Ascoltarli non è un’opzione, è il requisito minimo per costruire un futuro credibile.



















