Mi ha subito riportato alla mente Spoon River di Edgar Lee Masters. Un’opera che, come ha scritto Fernanda Pivano, sta “a metà fra poesia e prosa”. Anche Niccolò Zancan cammina su quella stessa linea sottile, raccontando con uno stile quasi lirico un’Italia che si allontana dal centro, in ogni senso possibile: geografico, sociale, culturale. Un’Italia che non fa notizia, ma che vive, soffre e talvolta resiste.
Zancan, giornalista de La Stampa, si muove come un cronista atipico: raccoglie testimonianze senza forzare la mano, lasciando che siano i volti e le parole a costruire il racconto. Il sottotitolo lo dice chiaro: cronaca quasi poetica del presente. Un ossimoro che spiega bene la forza narrativa di queste pagine.
Dentro ci trovi di tutto: la negoziante che chiude dopo 23 anni, il senzatetto che dorme in macchina, la prostituta nigeriana di Castel Volturno, il rider che consegna pizze sotto la pioggia torrenziale. Ma non c’è pietismo, mai. Solo umanità e quella voglia di restituire dignità alle biografie spezzate che raramente trovano spazio nei media mainstream.
Ecco il punto, qui non si leggono storie edificanti, si leggono vite. Con tutti i loro inciampi, le derive, gli sprazzi di bellezza inattesa.
Viviamo nell’era dei numeri. Ogni fenomeno sociale viene tradotto in percentuali, grafici, curve. In un certo senso è rassicurante e ci consente di mantenere le distanze emotive. Niccolò Zancan scardina questa abitudine, mostrando che dietro ogni dato ci sono persone. E che spesso, quelle persone hanno qualcosa da dirci.
Come la pacifista etichettata come “pacifinta”, o il pensionato stroncato da un infarto dopo appena tre giorni di riposo. Sono esempi reali, ma potrebbero benissimo essere simboli. Perché non raccontano solo una condizione individuale, raccontano un clima culturale, un sistema di valori in crisi.
Il libro ci obbliga a fermarci, anche solo un attimo, a guardare davvero. E magari anche a chiederci dove siamo finiti, tutti quanti.
Alcune storie lasciano addosso una sensazione di impotenza. Altre sorprendono per la capacità di resistenza che esprimono. C’è chi si reinventa, chi si ostina a non mollare, chi trasforma la sconfitta in un’altra forma di coerenza.
Zancan ha il dono di rendere visibile ciò che normalmente resta ai margini. Non edulcora, non semplifica, non giudica. Fa qualcosa di molto più difficile: ascolta. E poi restituisce, con scrittura precisa e vibrante, l’eco di quelle vite. Senza filtri, senza scorciatoie.
Questo approccio lo rende credibile, perché evita il rischio di estetizzare il disagio. Nel suo libro non si fa letteratura del dolore, ma si pratica una forma di resistenza narrativa.
Tra le pagine più amare del libro, ci sono quelle che parlano del giornalismo stesso. Zancan lo fa con lucidità e dolore, raccontando della cacciata dei correttori di bozze, della riduzione del personale, della crisi irreversibile della carta stampata.
Una crisi che non è solo economica, ma culturale. Togliere i correttori ad un giornale, scrive, è come chiudere una scuola o una biblioteca ed è difficile dargli torto. Perché un’informazione priva di cura è destinata alla marginalità, proprio come le storie che il libro cerca di salvare.
In un mondo in cui anche i giornalisti finiscono tra gli “sconfitti”, resta la domanda: che senso ha continuare a scrivere? La risposta è implicita in ogni riga: ha senso perché scrivere è un atto di giustizia. Anche quando sembra inutile.
C’è qualcosa di profondamente poetico e, al tempo stesso politico, nell’idea che anche la sconfitta meriti una narrazione. Che anche il fallimento abbia diritto di cittadinanza. “Antologia degli sconfitti” è proprio questo, un atlante della marginalità, ma anche un gesto di restituzione.
Non redime, ma riscatta. Non salva, ma illumina. Come certi versi di De André che si incastrano perfettamente in questo contesto: “… dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior …”.
Ed è proprio lì che dobbiamo guardare, se vogliamo ancora capire qualcosa del nostro tempo. Dove non brilla nulla, ma dove, con un po’ di attenzione, si può ancora scorgere un senso. Anche solo per non restare indifferenti. Anche solo per ricordarci che, alla fine, restare umani è l’unica cosa che conta davvero.









