Eppure, i dati sono lì, impietosi. Le vendite dei quotidiani cartacei sono crollate del 18% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente. La stampa, una volta pilastro dell’informazione e del dibattito pubblico, è oggi ridotta a feticcio nostalgico. I giovani, e sempre più spesso anche i meno giovani, l’hanno archiviata in favore dei feed social e delle notizie “a misura di scroll“.
La narrativa non se la passa meglio. Le librerie registrano un 12,3% nelle vendite, mentre l’e-book, nonostante le promesse di una rivoluzione digitale, resta inchiodato a una quota marginale del 7% del mercato. E di quel 7%, una buona fetta è rappresentata da download gratuiti di classici che nessuno leggerà mai. Insomma, una cultura in vetrina, pronta per essere esibita ma raramente fruita.
Solo il 34% degli italiani dichiara di aver letto almeno un libro nell’ultimo anno. Una cifra già desolante, che diventa quasi tragicomica se pensiamo a quanti di quei “libri letti” siano in realtà manuali d’uso, brochure turistiche o il ricettario dell’ultima dieta miracolosa.
E cosa fa, in tutto questo, il comparto editoriale? Fa quello che sa fare meglio: organizza festival. Tanti, tantissimi, troppi!
C’è il Salone del Libro, certo, ma anche fiere di micro-editoria, sagre della pagina intonsa, eventi che celebrano l’incompreso e il mai pubblicato. Si allestiscono padiglioni, si distribuiscono badge, si mettono in fila gli autori per la firma delle copie. Ecco il nuovo feticcio: il libro firmato. Poco importa che venga letto. Quel che conta è averlo, mostrarlo, fotografarlo. L’oggetto-libro ha ormai più valore simbolico che contenutistico. Il possesso ha sostituito la lettura. È la cultura del simulacro.
A guardarla da vicino, questa deriva non è che il sintomo di un disagio più profondo, un disallineamento totale tra l’offerta editoriale e la domanda reale. Si continuano a produrre titoli come se il mercato fosse ancora quello del 1998. Si traducono bestseller anglosassoni a tempo di record, si pubblicano autobiografie di influencer con più filtri che idee, si mettono in palinsesto premi letterari autoreferenziali che parlano agli stessi quattro gatti. Una ritualità autoreferenziale, che più che stimolare il dibattito culturale, lo anestetizza.
E mentre tutto questo accade, i lettori, quelli veri, si allontanano. Non per snobismo, ma perché si sentono esclusi, ignorati, irrilevanti. In una parola: non rappresentati. L’editoria sembra parlare solo a se stessa, dimenticando che la cultura ha senso solo se è condivisa, non celebrata a porte chiuse.
Il problema, chiariamolo, non è la celebrazione della cultura in sé. È il vuoto che si cela dietro certe liturgie. Quando un settore in crisi profonda si rifugia nei salotti anziché nei laboratori, nei brindisi anziché nei bilanci, nei premi anziché nelle idee, allora vuol dire che si è persa la rotta. Anzi, che la rotta non la si cerca più.
Servirebbe una strategia radicalmente diversa. Una politica pubblica che parta dalle scuole, dalle biblioteche, dalla periferia, dai centri di aggregazione culturale. Un investimento serio nella formazione di nuovi lettori, e non solo nel mantenimento del vecchio apparato. Servirebbe, insomma, smettere di credere che basti “fare eventi” per invertire un trend. Perché se continuiamo così, a breve non ci sarà più nessuno a cui raccontarli, quegli eventi.
Nel frattempo, però, l’orchestra suona. I festival si moltiplicano, le tirature si accorciano, le sale si svuotano. Ma in fondo, chi se ne importa? Finché c’è prosecco nei bicchieri e badge da indossare, tutto sembra andare bene.
E allora, avanti così. Certamente con stile, ma verso l’iceberg.









