Questo è il potere reale della Chiesa. Non il più legittimo, ma certamente il più duraturo. Quello che non compare nei libri di storia, ma che, dietro le quinte, ne scrive buona parte dei suoi capitoli.
Francesco lo ha saputo fin dal primo giorno. E lo ha affrontato per dodici anni con un misto di audacia evangelica e goffaggine istituzionale che a volte rasentava il suicidio. Li ha definiti in tutti i modi: «funzionari ecclesiastici», «carrieristi», «mondani», portatori delle «quindici malattie della Curia». Li ha riformati, rimossi, ha dato loro fastidio. Loro hanno resistito, come sempre, ed hanno atteso che la tempesta passasse.
L’errore di valutazione dei burocrati
Quando il conclave ha eletto Robert Prevost – agostiniano, statunitense, con una vasta esperienza in Perù e presso la Congregazione per i Vescovi – in più di un ufficio vaticano si è tirato un sospiro di sollievo. Finalmente – hanno pensato – un uomo d’ordine. Un manager. Un canonista che sa come funzionano le cose.
Dopo la tempesta Francesco, Leone XIV sembrava promettere la calma della gestione ordinata, il ritorno ai canali istituzionali e la fine delle sorprese. La Curia ha pianto il papa argentino, ha asciugato le lacrime e ha atteso che il nuovo inquilino del Palazzo Apostolico tornasse al suo tavolo di lavoro.
La furbizia peruviana e il pragmatismo americano
Ma la Curia ha commesso un errore di valutazione. Perché Leone XIV non è ciò che sembrava dall’esterno. È, prima di tutto, un uomo che ha vissuto per anni in Perù e lì ha imparato a destreggiarsi nella complessità dell’America Latina – la politica degli affetti, l’arte della diplomazia soave, l’astuzia di chi sorride e va avanti – ed ha acquisito un istinto che non si insegna in nessuna accademia.
D’altro canto, Prevost è uno statunitense pragmatico nel senso migliore del termine. Non filosofeggia sul potere, ma lo esercita. Non annuncia le sue mosse, ma le mette in atto. Non discute con i suoi avversari, ma li mette in una posizione in cui non possono fare danni. Ed è esattamente ciò che ha fatto in questo concistoro.
Il colpo di genio
La decisione di Leone XIV per il concistoro che inizia oggi è, in apparenza, una distinzione protocollare. Nel fondo, si tratta di una dichiarazione d’intenti di portata storica. Gli unici cardinali che avranno pubblica voce nelle sessioni sono i cardinali pastorali: coloro che sono o sono stati a capo di diocesi del mondo reale, della Chiesa che vive nelle strade, negli ospedali, nelle frontiere, nei quartieri anonimi. Coloro che conoscono il prezzo del pane e il pianto dei migranti. Coloro che conoscono il costo di mantenere aperta una parrocchia in un sobborgo di Kinshasa o in un villaggio delle Ande.
I cardinali della Curia, invece – coloro che governano i dicasteri, coloro che gestiscono la macchina del potere vaticano, coloro che hanno trascorso decenni a Roma senza mettere piede in una diocesi – hanno ricevuto dal papa un privilegio tanto elegante quanto letale: la possibilità di inviare le proprie proposte direttamente al Santo Padre, in privato, senza partecipare alle sessioni del concistoro. Roma la chiama deferenza. Qualsiasi osservatore attento la chiamerebbe bavaglio di velluto.
Le due eccezioni che confermano la regola
Ci sono, tuttavia, due cardinali della curia che prenderanno la parola. E la loro presenza non contraddice la mossa di Leone, ma anzi la rafforza con un’eleganza che può essere solo deliberata.
Il primo è il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, che ha pronunciato il saluto iniziale del concistoro. Si tratta di un gesto di protocollo, di riverenza per la tradizione, di un omaggio all’istituzione. Re non è un avversario, ma la memoria viva del Collegio, un uomo di novant’anni che ha visto pontificati susseguirsi come si vedono passare le stagioni. Permettergli di parlare all’inizio è un atto di rispetto istituzionale, che non costa nulla e concede molto.
Il secondo è molto più significativo: il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il celebre Tucho, il teologo argentino che è stato il più stretto collaboratore di Francesco e che, contro ogni previsione di chi lo dava per emarginato dopo la morte del suo protettore, continua a godere della piena vicinanza e fiducia di papa Leone XIV.
La sua presenza al microfono non è un omaggio al passato, ma un chiaro segno del fatto che Prevost non ha rotto con la linea teologica e pastorale del precedente pontificato, ma l’ha fatta sua con un criterio proprio. Fernández al microfono è il ponte tra Francesco e Leone. E questo, a Roma, vale più di qualsiasi discorso.
Francesco ha seminato, Leone raccoglie
Qui, allestita di fronte agli occhi del Collegio cardinalizio, si manifesta una profonda continuità con il progetto di Francesco, che gli analisti frettolosi o interessati non dovrebbero trascurare. Prevost non rappresenta una rottura con il pontificato precedente: ne è una maturazione pragmatica.
Francesco ha aperto il processo sinodale, ha ridato la parola alle periferie e ha insistito sul fatto che la Chiesa debba ascoltare prima di parlare. Leone XIV sta ora applicando la stessa logica al cuore stesso del governo della Chiesa, nel concistoro cardinalizio, che è lo spazio in cui la Chiesa, in teoria, pensa ad alta voce.
Dando la parola ai cardinali pastorali e togliendola a quelli della Curia, il papa non fa altro che applicare la grammatica sinodale all’organo più tradizionale ed elitario della Chiesa. Non è una rivoluzione. È un cambiamento di architettura. Quando cambi chi può parlare e chi deve tacere, non hai bisogno di cambiare nessuna regola. La realtà si riconfigura da sola.
La Curia ascolta. Per ora
A Roma nessuno è ingenuo. Gli uomini della Curia sono sopravvissuti per secoli a papi più abili di loro e, con il tempo, troveranno le scappatoie in questa nuova scacchiera. Hanno una memoria lunga e una pazienza infinita. Ma oggi, in questo concistoro che inizia sotto l’occhio vigile del mondo, qualcosa è cambiato. Per la prima volta da molto tempo, i pastori parlano e i funzionari ascoltano. La Chiesa del mondo reale prende la parola, rispetto alla Chiesa del protocollo e degli archivi. Leone XIV ha ottenuto questo risultato senza un solo discorso infuocato, senza documenti riformisti, senza scandali o scontri. Con una semplice decisione su chi potesse usare il microfono.
In politica, questo si chiama maestria. Nella Chiesa, forse, questo si dovrebbe chiamare provvidenza.












