Non lo dico con sarcasmo né con compiacimento. Lo dico dopo anni passati a lavorare nel digitale, a studiare piattaforme, algoritmi, modelli di engagement e comportamenti collettivi. L’ignoranza è il prodotto più scalabile, economico e redditizio che abbiamo mai creato. Non richiede formazione, non ha costi di manutenzione, non necessita aggiornamenti. Si diffonde da sola, cresce meglio in ambienti rumorosi e prospera dove il tempo per pensare viene sistematicamente ridotto.
Ed è talmente integrata nel sistema che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno.
Ogni prodotto di successo risolve un problema. L’ignoranza ne risolve molti insieme. Elimina lo sforzo cognitivo, cancella il dubbio, semplifica una realtà complessa in opposizioni elementari. Giusto o sbagliato, noi o loro, vero o falso. Tutto immediato, tutto rassicurante.
Dal punto di vista del marketing l’ignoranza è perfetta. Non serve educare l’utente, non serve accompagnarlo, non serve costruire un percorso. Basta stimolare una reazione emotiva. Rabbia, indignazione, appartenenza, paura. Il contenuto non deve essere corretto, efficiente realizzato per raggiungere risultati di alto livello.
E questa dinamica non riguarda solo i social network. La troviamo nella comunicazione politica, in una certa divulgazione urlata, persino nel business quando la complessità viene sacrificata sull’altare della semplificazione estrema.
C’è un elemento chiave che spesso sottovalutiamo: la velocità. Pensare richiede tempo. Reagire no.
Le piattaforme digitali non sono progettate per favorire la riflessione, ma per massimizzare il tempo di permanenza e il numero di interazioni. Like, commenti, condivisioni. Tutto istantaneo. Tutto impulsivo, anzi compulsivo. In questo contesto il pensiero lento, quello che pesa le parole e accetta l’incertezza, diventa un corpo estraneo.
È come giocare a scacchi con pochi istanti a disposizione per ogni mossa. Non giochi peggio perché sei incapace, giochi peggio perché non puoi pensare. Trasferiamo questo meccanismo nella comunicazione quotidiana ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Un tempo dire una sciocchezza aveva un costo. Qualcuno ti correggeva, qualcun altro ti isolava, qualcun altro ancora ti invitava a informarti meglio. Era una forma rozza ma efficace di igiene sociale.
Oggi quel costo è praticamente azzerato. Anzi, spesso è l’opposto. Essere ignoranti, purché rumorosi, può portare visibilità, consenso, persino vantaggi economici. Le nicchie digitali fanno il resto, creando micro comunità che si rafforzano a vicenda e trasformano l’errore in identità.
Il risultato è un circolo vizioso: meno so, più sono sicuro di sapere.
Qui il discorso diventa strutturale. L’ignoranza non è solo tollerata, è monetizzata. I contenuti estremi generano reazioni. Le reazioni generano engagement. L’engagement genera distribuzione. La distribuzione genera ricavi.
Un contenuto complesso, pieno di sfumature, che invita al confronto, ottiene risultati poco soddisfacenti. Un contenuto assoluto, polarizzante, aggressivo, ottiene risultati moltissimo soddisfacenti. Non perché sia migliore, ma perché è più compatibile con il modello economico delle piattaforme.
Non è una cospirazione. È una questione di incentivi.
La cosiddetta “filter bubble” (bolla di filtraggio) amplifica tutto questo. Più interagiamo con contenuti che confermano ciò che già pensiamo, più ne riceviamo. È efficiente, comodo, devastante.
A un certo punto il problema non è più l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza. Quando smettiamo di dubitare, smettiamo di imparare. E quando il dubbio viene percepito come debolezza, ogni dialogo diventa impossibile.
C’è poi un dato inquietante che pesa come un macigno. Una quota significativa delle persone ha difficoltà a comprendere un testo scritto. Non a interpretarlo, ma a capirlo davvero. Questo significa che gran parte del dibattito pubblico si fonda su fraintendimenti, titoli letti di sfuggita e reazioni automatiche.
Il rumore diventa sistema. E il pensiero scompare.
Se l’ignoranza è il prodotto dominante, la curiosità è l’unico antidoto credibile. Ma è scomoda. Richiede tempo, fatica, umiltà. Richiede di ammettere di non sapere.
Studiare, approfondire, esplorare, dubitare. Non sono slogan, sono pratiche quotidiane. Non portano milioni di visualizzazioni, ma tengono in vita il pensiero.
E oggi, forse più che mai, pensare è un atto di resistenza.

















