Non è una carestia, non è povertà estrema, eppure colpisce milioni di persone ogni anno, spesso nel momento di maggiore fragilità: durante una malattia. La malnutrizione correlata a patologia è oggi una delle emergenze sanitarie più sottovalutate in Europa e in Italia. Silenziosa, trasversale, difficile da riconoscere, ma con effetti devastanti: aumenta il rischio di morte, prolunga le degenze e pesa enormemente sui sistemi sanitari. E, dato ancora più inquietante, non riguarda solo chi “mangia poco”.
I dati presentati allo “Spring Event 2026” della Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo (Sinpe), tenutosi a Salerno, delineano uno scenario che non può essere ignorato. Fino al 50% dei pazienti ricoverati è affetto da malnutrizione correlata alla malattia. Tra i bambini, la percentuale resta comunque drammatica: circa uno su quattro. Le conseguenze sono tutt’altro che marginali: la mortalità aumenta di 2,6 volte; il rischio di complicanze triplica; la durata della degenza si allunga del 30%
Non si tratta solo di numeri clinici: il costo economico supera i 170 miliardi di euro l’anno in Europa, con un impatto sul Servizio sanitario nazionale stimato tra i 2,5 e i 10 miliardi di euro. Secondo gli esperti, la malnutrizione non coincide semplicemente con la mancanza di cibo. È una condizione complessa in cui l’organismo non riesce a utilizzare correttamente energia e nutrienti, anche in presenza di un’alimentazione apparentemente adeguata.
Tumori, infezioni, interventi chirurgici, insufficienze d’organo: sono queste le condizioni in cui la malnutrizione attecchisce più facilmente. Ma il dato più sorprendente è un altro: può colpire anche persone normopeso o addirittura in sovrappeso. È qui che emerge un cambio di paradigma: la nutrizione clinica non è più un supporto secondario, ma una vera e propria leva terapeutica, capace di influenzare prognosi, risposta ai farmaci e qualità della vita.
Eppure, nonostante questa evidenza, resta spesso sottovalutata o affrontata in ritardo. A complicare il quadro c’è un altro nemico sempre più diffuso: la disinformazione. Diete estreme, digiuni non controllati, eliminazioni arbitrarie di interi gruppi alimentari: pratiche sempre più popolari, spesso alimentate dai social, che possono compromettere le cure e aggravare la perdita di massa muscolare, soprattutto nei pazienti più fragili.
Quello che viene percepito come “salutare” rischia così di trasformarsi in un fattore di rischio clinico concreto. Qui emerge forse l’aspetto più inquietante e meno intuitivo: malnutrizione e obesità non sono opposti, ma possono coesistere. Le nuove generazioni crescono in un contesto in cui l’eccesso calorico convive con una grave carenza di nutrienti essenziali. Si mangia di più, ma peggio. Cibi ultraprocessati, poveri di qualità nutrizionale, stanno contribuendo a creare una popolazione apparentemente “ben nutrita”, ma in realtà vulnerabile.
Questo significa che un giovane in sovrappeso può essere, allo stesso tempo, clinicamente malnutrito.
Le conseguenze sono profonde: maggiore predisposizione a malattie croniche; risposta immunitaria più debole; recupero più lento in caso di malattia
Se questa tendenza non verrà invertita, il rischio è quello di trovarsi di fronte a una generazione più fragile, nonostante l’abbondanza alimentare. Dagli anziani ai neonati: un problema che attraversa tutte le età La malnutrizione colpisce gli estremi della vita con particolare intensità. Negli anziani – che in Italia rappresentano circa il 24% della popolazione – è strettamente legata alla perdita di autonomia e ai ricoveri ripetuti. Nei bambini, invece, influisce su crescita, sviluppo neurologico e sistema immunitario, con effetti che possono durare per tutta la vita.
La risposta, secondo gli esperti, deve essere integrata e personalizzata: screening precoce, presa in carico multidisciplinare e continuità tra ospedale e territorio. La malnutrizione correlata alla malattia è una crisi nascosta, che si consuma lontano dai riflettori ma con conseguenze enormi. Non è solo un problema clinico, ma culturale, sociale ed economico. Ignorarla significa accettare un sistema sanitario più fragile e una popolazione più vulnerabile. Affrontarla, invece, richiede un cambio di mentalità: riconoscere che nutrirsi non è solo sopravvivere, ma curarsi. E soprattutto, significa guardare alle nuove generazioni con maggiore consapevolezza: perché il vero rischio non è solo mangiare troppo o troppo poco, ma nutrirsi male senza accorgersene.












