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L’Europa vista da Draghi tra parole non dette e responsabilità dimenticate

C’è un passaggio del discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini che colpisce subito: l’ex presidente della BCE descrive un’Europa fragile, marginale, incapace di difendere i propri valori e di contare nello scacchiere globale. Una diagnosi lucida, certo, che mette a fuoco il divario con Stati Uniti, Cina e Russia. Eppure qualcosa stona. Draghi parla come un osservatore neutrale, quasi fosse un analista esterno. Ma neutrale non lo è mai stato.

Ed è proprio qui che nasce la contraddizione: come si può denunciare l’inadeguatezza di un modello di cui si è stati tra i principali architetti?

Un’analisi lucida che lascia sospesi. Mario Draghi dipinge un’Europa disarmata, lenta, priva di strumenti. È difficile non condividere parte di quella fotografia: l’Unione appare spesso come un gigante economico ma un nano politico, impantanata nei veti incrociati e nell’assenza di una visione comune. Il problema, però, è che chi parla non è un semplice commentatore.

Il ruolo di architetto del modello europeo. Negli anni ’90 dello scorso secolo, da direttore generale del Tesoro, Draghi guidò il processo di privatizzazioni in Italia: Telecom, Autostrade, Enel, Comit, Credit. Interi settori strategici ceduti con l’illusione che liberalizzare equivalesse a modernizzare. È stata una stagione che ha segnato non solo l’economia italiana, ma anche il posizionamento europeo: si è scelto di arretrare il perimetro pubblico, affidando al mercato una funzione quasi salvifica.

Da presidente della BCE, poi, Mario Draghi ha incarnato il dogma dell’austerità: contenere la spesa pubblica, comprimere i margini degli Stati, anteporre la stabilità dei conti a qualsiasi altra priorità. Una linea che ha inciso profondamente sulla capacità dell’Europa di reagire alle crisi, accentuando le disuguaglianze e alimentando una sfiducia diffusa nei confronti delle istituzioni comunitarie.

Nel suo intervento, Draghi ha avanzato proposte difficili da contestare. Ha chiesto più Stato, più integrazione, più investimenti comuni. E ha ragione: la sola dimensione economica non basta più, serve un’Europa politica e industriale.

La pandemia lo ha dimostrato chiaramente: senza strumenti comuni, ogni Paese rimane troppo piccolo per reggere l’urto delle sfide globali. Da qui la necessità di politiche industriali europee, di una strategia sulle tecnologie critiche, di investimenti infrastrutturali condivisi.

Draghi coglie nel segno anche quando denuncia la dipendenza dalla Cina e la subalternità verso Washington. Temi centrali, se pensiamo alla vulnerabilità delle catene di approvvigionamento durante il Covid o alla fragilità energetica esplosa con la guerra in Ucraina. Ma resta un punto irrisolto: se oggi l’Europa si scopre dipendente, non è anche il frutto delle scelte compiute nei decenni passati, spesso difese proprio da chi ora lancia l’allarme?

Ecco il nodo. La diagnosi di Mario Draghi è precisa, ma manca la parte più scomoda: riconoscere gli errori.

Per anni l’Unione ha preferito definirsi come mercato piuttosto che come comunità politica. Si è data regole per disciplinare concorrenza e bilanci, senza costruire veri strumenti di solidarietà e coesione. Consumatori prima che cittadini, partner subalterni piuttosto che attori autonomi.

Il mito del mercato autoregolato ci ha lasciati più fragili e divisi. Gli Stati hanno perso sovranità economica, le politiche pubbliche sono state compresse, la distanza tra Paesi e popoli si è ampliata. Oggi ci si accorge che servono investimenti comuni, ma senza una riflessione sugli errori del passato, quelle ricette rischiano di restare vuote formule.

Draghi invita a trasformare lo scetticismo in azione. È un appello giusto, ma rischia di restare sospeso se non si accompagna a un’assunzione di responsabilità collettiva e personale.

L’Europa non ha bisogno dell’ennesimo “tecnico” che spieghi numeri e conti. Ha bisogno di politica, di una visione che sappia andare oltre il breve periodo, che rompa con la subalternità culturale degli ultimi vent’anni.

Non è questione di invocare generici “progetti comuni”, ma di ammettere che alcune strade sono state sbagliate. Solo così si può costruire un futuro credibile, perché le comunità si rigenerano quando chi ha sbagliato lo riconosce, lasciando spazio a nuove generazioni di leadership.

Il declino europeo non è stato un destino inevitabile. È stato il risultato di scelte precise, di una classe dirigente che ha preferito la stabilità apparente a una costruzione politica coraggiosa.

Per questo il futuro non potrà essere affidato alle stesse figure che hanno presidiato il passato. Servono nuove idee, nuove energie, nuove leadership capaci di rimettere i cittadini al centro.

Ricostruire l’Europa non significa custodire nostalgie, ma avere l’onestà di guardare negli occhi i propri fallimenti. Solo così sarà possibile scrivere una pagina diversa, finalmente all’altezza delle sfide globali.

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