La presente riflessione nasce in riferimento a un’intervista del prof. Alessandro Barbero, trasmessa all’interno della trasmissione SuperQuark, condotta da Piero Angela, in una puntata estiva andata in onda nell’agosto del 2011 e nell’ultimo periodo rilanciata sui social. In tale contesto divulgativo, il prof. Barbero ha proposto una lettura della figura di Masaniello che lo avvicina, per modalità di comportamento e funzione sociale, a quella di un “bullo” o “boss di quartiere”, suggerendo inoltre una connessione, seppur indiretta, tra la rivolta del 1647 e la nascita della camorra napoletana, affermazioni che egli riconduce a documentazione d’archivio prodotta dagli apparati di polizia della dominazione spagnola.
Intervengo su questo punto non da osservatore occasionale, ma da storico che da anni lavora sulle fonti dell’età moderna e sulla storia sociale e politica di Napoli, confrontando a lungo la storiografia nazionale e internazionale sulle rivolte urbane dell’Antico Regime. Proprio questa pratica quotidiana del mestiere di storico mi induce a prendere le distanze da un’impostazione che, pur efficace sul piano divulgativo, risulta problematica sul piano metodologico.
La rivolta di Masaniello si colloca in un contesto ben definito: quello della Napoli vicereale del Seicento, una delle più grandi città d’Europa, segnata da una pressione fiscale straordinaria, da profonde diseguaglianze sociali e da una crisi strutturale della legittimità del potere. Chiunque abbia lavorato sulle rivolte urbane di età moderna sa bene che simili dinamiche attraversano Parigi, Londra, Madrid, Palermo o Barcellona. Isolare Napoli e leggerla come un’anticipazione patologica di fenomeni successivi significa sottrarla a quella comparazione europea che la storiografia più avvertita ha da tempo indicato come imprescindibile.
Il primo nodo critico è quello dell’anacronismo, una trappola nella quale lo storico dovrebbe sempre evitare di cadere. Termini come “boss”, “stile camorristico” o “camorra” non sono semplici etichette descrittive, ma categorie dense di significati storicamente determinati. La camorra, come fenomeno organizzato e come oggetto di definizione giuridica e storiografica, emerge tra la fine del XVIII e il XIX secolo; persino la parola “camorra” compare nella documentazione solo a partire dal Settecento. Proiettarla all’indietro fino al 1647 non chiarisce il passato, ma lo semplifica, costruendo una genealogia suggestiva che risponde più alle attese del presente che alle esigenze dell’analisi storica.

Un secondo problema riguarda l’uso delle fonti di polizia. Nel corso dei miei studi ho avuto modo di confrontarmi ripetutamente con la documentazione prodotta dalle autorità vicereali e dagli apparati di controllo. Si tratta di fonti fondamentali, ma strutturalmente orientate: esse non descrivono la società così com’è, bensì così come il potere la percepisce e intende governarla. Il linguaggio della pericolosità, dell’eccesso, della devianza è parte integrante di questi documenti. Che Masaniello venga rappresentato come figura temuta, capace di esercitare un’autorità informale o di “mettere pace” nei conflitti, non dimostra l’esistenza di un potere criminale di tipo mafioso, ma rivela il modo in cui il potere costruisce il nemico interno nei momenti di crisi.
Assumere senza un filtro critico questo punto di vista equivale a trasformare una fonte repressiva in una diagnosi sociale. È un passaggio che, per chi pratica il mestiere di storico, risulta metodologicamente inaccettabile.
Vi è infine una questione più ampia, che va oltre il singolo caso di Masaniello e che tocca il rapporto tra storiografia, divulgazione e immaginario pubblico. Napoli continua ad attirare l’attenzione soprattutto quando viene raccontata attraverso le sue ferite: illegalità, violenza, criminalità. Nel corso dei miei studi ho spesso riscontrato come questa selezione narrativa finisca per orientare anche la lettura del passato, trasformando ogni conflitto popolare in un’anticipazione di una presunta patologia permanente.
La Napoli del Seicento, tuttavia, non è un’eccezione antropologica né un laboratorio anticipato della criminalità organizzata, ma una grande capitale europea, attraversata da tensioni politiche e sociali comuni a molte altre città del tempo. Associare Masaniello alla nascita della camorra contribuisce a rafforzare uno stereotipo di lunga durata, secondo cui Napoli sarebbe condannata a una continuità del male, incapace di produrre storia politica se non in forma deviata.
Masaniello fu una figura complessa, contraddittoria e tragica, emersa da una crisi sistemica e non il prototipo di un criminale moderno. Restituire questa complessità non vuole assolverlo né mitizzarlo, ma rispettare il passato nella sua alterità.
Ed è proprio questo, in definitiva, il compito che il mestiere di storico mi impone.
Fonte:
Lo storico Alessandro Barbero discute della figura di Masaniello in una puntata del 2011 della trasmissione SuperQuark, condotta da Piero Angela.

















