Molti prelati, tuttavia, interpretano questi segnali come una conferma che la Chiesa sta riacquistando la sua centralità sociale perduta. Ma questa è una nostalgia ingannevole. Si corre il rischio di confondere una scintilla culturale con una rinascita religiosa, di vedere in ogni riferimento spirituale un ritorno alla religione del passato, che copre le scomode ferite provocate dalla Chiesa, ferite che ancora dolgono: imposizione violenta della religione, abusi occulti, clericalismo strutturale, esclusione di donne e preti sposati, e così via.
La cultura, con i suoi poeti, musicisti e narrazioni cinematografiche, sta sollevando interrogativi spirituali, ma non necessariamente è alla ricerca dei pastori di sempre con le loro risposte prefabbricate. Dorothee Sölle lo ha espresso lucidamente: «Quando la religione istituzionale non parla più il linguaggio della sofferenza, lo parlano invece gli artisti e gli emarginati».
Il compito pastorale, quindi, non è quello di appropriarsi di questi fenomeni, né di usarli per fare proselitismo, ma di ascoltarli, di discernere e di imparare. Significa chiedersi perché le nuove generazioni cerchino spiritualità al di fuori della religione istituzionale. E riconoscere che la Chiesa deve diventare uno spazio in cui la sete umana di giustizia, bellezza e compassione trovi casa.
Tra i fenomeni più celebrati ci sono Hakuna e movimenti simili. Le loro adorazioni luminose, la loro estetica curata nei minimi dettagli, i loro canti di sensibilità emotiva e la loro disciplina giovanile offrono un’immagine attraente per coloro che desiderano vedere chiese piene di giovani gioiosi nella fede. Tuttavia, questi gruppi pongono sfide teologiche e pastorali che non devono essere nascoste sotto il tappeto del trionfalismo.
La spiritualità che propongono è intensa ma politicamente asettica: molto glamour, poca sostanza; molta emozione, poca compassione strutturale. Una fede slegata dalla sofferenza del mondo rischia di trasformarsi in mero conforto religioso, in un rifugio emotivo che evita interrogativi radicali su giustizia, disuguaglianza, migrazione, violenza o povertà.
Metz ha definito questa tentazione con chiarezza: «religione borghese del sentimento», capace di consolare ma non di trasformare. E Sölle è stata ancora più incisiva: «quando il misticismo dimentica la sofferenza altrui, diventa narcisismo spirituale».
Questo tipo di revival della fede come «esperienza» emotiva per giovani di classi privilegiate, rischia di diventare la colonna sonora religiosa del suo status quo. È una fede amabile, luminosa, ma disincarnata; con lacrime sincere, ma senza memoria della sofferenza; con chitarre, ma senza spazio per i crocifissi della storia.
Lucía Caram lo ha detto senza mezzi termini: «La fede di Gesù non è teoria o rifugio emotivo; è incarnazione nel servizio». («Religión Digital», 2.11.2025). Un’adorazione che non sconvolge l’ordine ingiusto del mondo finisce per essere pia complicità e oppio dei popoli.
Per questo la Chiesa non può celebrare questi movimenti come pecore che tornano all’ovile istituzionale. Piuttosto, deve accompagnarli affinché le loro ricerche spirituali si incarnino, prendano coscienza dei loro pregiudizi di classe, si aprano alla sofferenza del mondo e abbraccino migranti, donne escluse, poveri ed emarginati.
La sfida pastorale è profonda: aiutare a trasformare una mistica di consumo in una spiritualità di compassione; passare dalle lacrime davanti al Santissimo Sacramento alle lacrime condivise con le persone crocifisse di oggi.
La tentazione clericale più persistente è quella di interpretare ogni fenomeno spirituale come un’opportunità per recuperare fedeli, riempire di nuovo le chiese, riacquistare influenza o ripristinare l’antica religione. Ma la fede cristiana non è mai stata un’azienda di clienti spirituali. È un evento, non un marketing. È compassione, non prestigio. È servizio, non potere.
Zygmunt Bauman ha definito questo progetto restaurazionista come retrotopia sacralizzata: il tentativo nostalgico di ricostruire un mondo che lo Spirito ha già smantellato.
Pertanto, la Chiesa deve rinunciare all’interpretazione trionfalistica di questi fenomeni e adottare un ascolto più umile. Invece di vederli come un ritorno alla religione istituzionale, deve chiedersi cosa dice lo Spirito attraverso la cultura, quali voci emergono dalle periferie, cosa chiedono i giovani, quali ferite necessitano di essere curate. Metz diceva: «Il futuro della fede non dipende dal suo trionfo, ma dalla sua compassione».
E Francesco lo sviluppa da una prospettiva pastorale imprescindibile: «… preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze …» («Evangelii gaudium», 49).
La Chiesa deve ascoltare. Ha bisogno di lasciarsi evangelizzare dalla sete spirituale del mondo di oggi, dalle sue lotte sociali, dai suoi movimenti per la giustizia, dalle voci delle donne silenziate, vittime invisibili di strutture ecclesiali e sociali. Lo Spirito, ha detto Francesco, arriva nelle piazze prima di noi, perché non pensiamo di esserne i padroni.
Questi fenomeni contemporanei non sono un test per misurare la salute del cattolicesimo, né sono l’ancora di salvezza della Chiesa. Sono appelli, crepe, sussurri. Sono il promemoria di cosa il mondo continua a cercare. E la domanda cruciale è se la Chiesa sarà in grado di accompagnare questa ricerca con umiltà e compassione, o se preferirà reclutarla per un progetto di restaurazione identitaria che non conduce al Regno di Dio.
La speranza non consiste nel celebrare ritorni religiosi che potrebbero non esistere, né nello strumentalizzare fenomeni culturali per rafforzare un clericalismo morente. La speranza nasce lì dove la Chiesa ha il coraggio di ascoltare senza paura, di discernere senza trionfalismo e di accompagnare senza controllare.
Fenomeni come Rosalía, Los Domingos o Hakuna, tra molti altri, non sono la terra promessa per rivendicare il potere perduto, ma opportunità per aprire gli occhi. Sono segnali che l’anima umana continua a cercare qualcosa di più, anche se in modalità ambigue o frammentate. E sono anche richieste alla Chiesa stessa: a purificare la sua storia, a riconoscere le sue ombre, ad abbandonare la retrotopia sacralizzata della religione del passato, a rinunciare al proselitismo superficiale che ha fatto così tante vittime.
Il criterio ultimo del discernimento non può essere l’estetica o il numero dei fedeli, ma quello che Gesù ha mostrato come segno più chiaro del Regno: la compassione e la giustizia, la cura per gli scartati, la vicinanza ai migranti, alle donne escluse, ai distrutti del sistema, compresi i distrutti che la Chiesa produce al suo interno.
Metz ci ricorda che non c’è fede senza memoria della sofferenza. Francesco insiste su una Chiesa che si sporca le mani nelle periferie. Sölle grida contro il misticismo senza carne. Gutiérrez ci grida a partire dai poveri che «la teologia nasce dal grido degli oppressi, non dall’applauso dei potenti».
Per questo il futuro della fede non passa per la riproduzione di vecchie forme religiose o per l’incoronazione di nuove feste devozionali. Risiede nel camminare con umanità, nell’ascoltare dove lo Spirito parla oggi, nell’accompagnare con tenerezza le ricerche spirituali del nostro tempo senza addomesticarle o strumentalizzarle.
E soprattutto, risiede nell’incarnare il Vangelo lì dove ha sempre inizio: accanto ai crocifissi. Lì, e non nei temi religiosi di tendenza, il Regno di Dio continua a tracciare il suo cammino.









